Francesco di Bartolo detto anche Francesco da Buti o di Bartolo da Buti

Francesco da Buti (de Buiti, da Butrio). - Figlio di Bartolo, nacque a Pisa, da famiglia originaria del castello di Buti nel contado di quella città, intorno al 1324.

Sebbene nel passato eruditi e scrittori locali abbiano, per orgoglio municipalistico, cercato di nobilitarne le origini, sembra accertato che la famiglia di F. fosse di modeste condizioni: suo padre, infatti, è designato in molti documenti con la qualifica di sutor, "calzolaio". La data di nascita di F. è stata stabilita per congettura dal Tempesti, ma di recente è stato proposto dall'Alessio di abbandonare tale datazione, generalmente accertata dalla critica, e di anticipare l'anno di nascita di F. almeno al 1315.
Niente si conosce della giovinezza e degli studi di F.; sappiamo tuttavia che divenne notaio, che esercitò per qualche tempo tale professione, come è provato da documenti datati dal 1355 al 1360, e che in seguito ricoprì più volte la carica di notaio e scriba del Comune di Pisa. È da escludere che egli fosse frate, come affermato da numerosi studiosi: ci risulta, infatti, che ebbe moglie e figli, del resto mai, nelle sue opere, si definisce frate.
Il primo documento che di lui possediamo è del 14 febbr. 1351, data in cui F. venne assunto per un anno come aiutante alla scuola, con ogni probabilità privata, del "doctor gramatice" Marco di Andrea da Fagiano, con la paga di 36 lire annue.
Il 9 sett. 1355 sposò Cinella di Cecco Sostegni, che gli sopravvisse e che risulta ancora vivente nel 1409. Da lei ebbe quattro figli: Antonio (notaio degli Anziani nel 1389 e nel 1395), Bartolomeo (notaio degli Anziani nel 1388), Giovanni (giureconsulto e docente di legge allo Studio pisano) e Paolo. Il 17 dic. 1355 il Comune di Pisa deliberava il pagamento di un semestre di stipendio arretrato (corrispondente a 50 lire) a F., "doctor gramatice tenens scholas in civitate Pisana et gramaticam docens": egli insegnava pubblicamente, dunque, almeno dall'aprile del 1355, non presso lo Studio (che di lì a poco, nel 1359, fu di fatto chiuso a causa delle difficili condizioni economiche e politiche della città), ma nelle scuole del Comune. Intorno al 1360 l'insegnamento di F. doveva aver già conseguito un notevole prestigio se il pistoiese Giovanni di ser Francesco, nella relazione inviata probabilmente quell'anno al suo Comune (che lo aveva incaricato di censire i maestri toscani di grammatica per un'eventuale loro assunzione a Pistoia), parlava di un "Francescho giovane", il quale "ha una grande scuola" e "dice no si partirebbe ora da Pisa" (Bacci, 1895, p. 88: l'identificazione di questo "Francescho giovane" con F., comunemente accolta, è stata ora messa in dubbio dall'Alessio).
Nel 1360, per sottrarsi alle pesanti imposte del Comune, impegnato nella difficile guerra contro Firenze, F. lasciò Pisa e abbandonò l'insegnamento; ma il 10 sett. 1363 una delibera degli Anziani lo invitò a rimpatriare e a riaprire la sua scuola, esentandolo da ogni imposta presente e futura: reintegrato nel suo incarico di docente di grammatica, F. vide il suo stipendio aumentato, nel 1365, a 200 lire l'anno. In questo periodo le condizioni economiche di F. dovevano essere molto floride, come dimostrano i numerosi atti che, soprattutto nel settimo decennio del secolo, documentano le sue operazioni finanziarie.
Nel 1369 lo Studio pisano venne ricostituito e riorganizzato: vi insegnò, a partire dal 1370, anche F., che tenne la cattedra di grammatica ininterrottamente fino alla morte. Nel 1385 il suo stipendio fu aumentato a 308 lire annue, molto probabilmente in seguito all'incarico, conferitogli dal Comune, di commentare pubblicamente la Commedia dantesca. Nel 1399, a causa della difficile situazione economica cittadina, la paga fu riportata a 200 lire l'anno e F. venne anche privato dell'immunità di cui godeva da un trentennio.
F. fu costretto a interrompere, prima di essere giunto alla fine del Purgatorio, la lettura pubblica della Commedia perché "impedito da due gravi infirmità", come egli stesso dichiara nel proemio del suo Commento alla seconda cantica. Tuttavia egli intraprese e proseguì, per incitamento di "amici" ed "uditori", la stesura del suo commento, che fu ultimata, secondo quanto si legge nell'explicit del manoscritto ora segnato Riccard. 1008, "a dì 11 di giugno nel 1395", il che riporterebbe all'11 giugno 1394, se lo stile di datazione è quello pisano.
La struttura del Commento prevede, per ogni canto, la divisione in due "lezioni", ognuna delle quali è a sua volta divisa in "parti". Ogni "parte" contiene la spiegazione di un certo numero di terzine. Nel chiosare l'Inferno, F. separa nettamente la spiegazione letteraria - in forma di parafrasi - dall'interpretazione allegorica. Nel commento alle due successive cantiche (quelle non commentate pubblicamente) l'"esposizione litterale" è invece fusa "insieme col testo et allegorie".
Proprio il continuo e imponente impegno di interpretare le allegorie dantesche costituisce la caratteristica più marcata del Commento di F., già sottolineata dal Landino che lo accomuna in questo al Boccaccio. Pur affermando più volte che, nella Commedia, non tutto è suscettibile di lettura allegorica, F. procede a una allegorizzazione insistita e minuziosa, fondata sulla convinzione che il viaggio dantesco raffiguri in realtà il cammino terreno dell'uomo dal peccato alla fede; e che, parimenti, inferno, purgatorio e paradiso siano semplici allegorie dei vari livelli della condizione esistenziale dell'uomo vivente.
L'ingegnosità interpretativa di F. emerge con evidenza soprattutto laddove il commentatore propone contemporaneamente più letture allegoriche di un medesimo passo, presentandole non come alternative l'una rispetto all'altra, ma come ugualmente valide e compatibili con il senso letterale. Per fare un solo esempio, nel commento a Purg. XXX-XXXI, F., posta l'identità Beatrice-Sacra Scrittura (e Teologia), non solo interpreta l'amore del giovane Dante per Beatrice come allegoria del suo amore per il significato letterale e morale della Scrittura, e la morte della donna come simbolo dell'incapacità del poeta a proseguire lo studio dei testi sacri, attingendone il senso spirituale; ma prospetta anche l'ipotesi che la vicenda terrena di Dante e di Beatrice allegorizzi semplicemente il metodo di lettura delle Scritture: "ad ogni uno che studia la Teologia, ella vive e muore: vive quando la intende litteralmente e moralmente; muore quando la intende spiritualmente, cioè allegoricamente et anagogicamente, imperò che allora si considera lo intelletto spirituale separato dallo litterale, et è come dividere lo spirito dalla carne, che è morire".
Le competenze letterarie di F. emergono nelle spiegazioni letterali, nella frequente illustrazione delle varie figure retoriche (i "colori"), nelle notazioni grammaticali, nelle digressioni erudite (a II, 509-510, ad esempio, egli mette in dubbio, sulla base di argomentazioni sia contenutistiche sia stilistiche, l'incompiutezza, affermata da Dante, dell'Achilleide di Stazio) e soprattutto nel ricco apparato di fonti, classiche, patristiche e medievali.
Pur essendo falsa l'affermazione, tuttora diffusa, che quello di F. fu il primo commento alla Commedia di Dante in lingua italiana (di mezzo secolo lo precede infatti il commento dell'Ottimo), gli accademici della Crusca lo considerarono un esempio di purezza linguistica trecentesca e lo inclusero nel Catalogo dei libri di autori del buon secolo collocato in calce al Vocabolario.
Anche le altre opere di F. sono legate alla sua attività didattica: le Regule grammaticales (cui sono unite le Regule rethorice), databili al periodo 1355-78; i commenti (al Dottrinale di Alexandre de Villedieu; alle Satire di Persio; all'Arspoetica di Orazio: questi due ultimi, anteriori al 1396); un Accessus a Terenzio; inoltre manuali di composizione (un Dictamen e una raccolta di modelli epistolari segnalata da Kristeller, 1961).
Piuttosto intensa fu la carriera politico-burocratica di F., che nel corso di quasi sessant'anni ricoprì numerosi incarichi nell'ambito del Comune di Pisa, talora anche di notevole rilievo: membro del Consiglio della credenza nel 1349 e nel 1387; degli Anziani fu notaio e scriba nel 1365, cancelliere nel 1369, nel 1393 e nel 1394, membro nel 1404. Cancelliere del Comune nel 1383, fu rappresentante dei notai nel Consiglio delle corporazioni nel 1400.

F. morì a Pisa il 25 luglio 1406 (1405 per molti autori, ingannati dall'anno indicato secondo lo stile incarnazione). Fu sepolto nel primo chiostro della chiesa pisana di S. Francesco.
di di Francesco Bausi