Monasteri e signoria nella Toscana occidentale

 

Maria Luisa Ceccarelli Lemuth

Questa relazione non è dedicata al ruolo dei monasteri come costruttori di distretti signorili, ma alla funzione degli enti monastici nella formazione di signorie da parte dei fondatori dei cenobi stessi. Finora la realizzazione di ambiti signorili è stata esaminata soprattutto in relazione ai castelli, dei quali è stato messo m rilievo il ruolo di generatori delle signorie territoriali, ma una funzione non dissimile fu svolta anche dagli enti monastici.
Da tempo gli studiosi hanno rilevato come la grande espansione monastica verificatasi in Toscana a partire dall'ultimo trentennio del X secolo vada letta in chiave di affermazione sociale e politica e di coesione familiare delle casate fondatrici. In base ai dati offerti da Repetti e da Kehr, nella nostra regione dagli anni Settanta del X secolo agli anni Sessanta dell’ XI sorsero o furono rifondati una settantina di cenobi, dieci ad opera dei vescovi delle singole diocesi e ben trentadue da casate laiche di vario livello, a partire dallo stesso marchese di Tuscia Ugo e sua madre Willa per giungere alle casate dei conti Aldobrandeschi, Guidi, Cadolingi, Gherardeschi, dei conti di Siena e di quelli di Arezzo, e ad altre importanti famiglie, anche cittadine, come Berardenghi, da Buggiano, Albizzonidi etc..
Più che da un cosciente impulso riformatore queste fondazioni erano mosse, oltre che da motivazioni di ordine religioso (beneficiare delle preghiere dei monaci e mantenersi in contatto con una vita cristiana più pura), da tutta una serie di precisi interessi politici ed economici. L'azione del marchese Ugo è stata da Kurze inserita nel contesto della sua attività politica, in cui i cenobi assumevano le funzioni di centri organizzativi dei beni fiscali, mentre le altre ricche e potenti casate laiche miravano alla creazione di monasteri privati, ai quali affidare compiti di carattere economico, sociale e politico.
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