Buti villamedicea 0820

 

 


di Elena LAZZARINI e Alessandra PUCCI

"La terra di Buti è divisa in due porzioni: quella più alta dicesi il Castello, la più bassa è chiamata il Borgo. Da questo luogo, dove si fa notte innanzi sera, non si scuopre altro mondo che il suo vallone: e quello che si vede è tutto orrido, tutto bosco, tutte rupi vestite di pini, o di castagni o di ulivi, se si eccettui l'angusto suo grembo coperto di vigneti. (...)
L’ attività del popolo agricola di Buri ha saputo rendere un tale soggiorno dilettevole, salubre e produttivo. Le migliala di piante di ulivi che barbicano fra i scogli; la diligente cura con cui si allevano e si riduce in liquore il prezioso loro frutto, hanno reso celebre Buti qual Nizza della Toscana per la squisitezza dei suoi olj".

La descrizione del Repetti conserva intatta ancora oggi la sua pregnanza. Il paesaggio naturale e urbano di Buti ha attraversato infatti secoli di storia e di attività umane mantenendo intatto, sostanzialmente, il proprio aspetto. Se l'operosità dei suoi abitanti e la qualità dei suoi prodotti agricoli hanno reso Buti ben nota oltre i propri confini, la spiccata fisionomia di questo borgo si fonda anche su realtà di altra natura, che suscitano un singolare interesse dal punto di vista storico-artistico.
E il caso della "villa Medicea", sita, conformemente alla suddivisione territoriale fatta dal Repetti, nella parte alta del paese denominata il Castello. Una sorpresa ancor più preziosa ed apprezzabile per il fatto che avviene d'incontrarla quasi per caso: l'edificio resta infatti pressoché nascosto nella ragnatela di viuzze e stradine che caratterizzano la sommità del borgo. Questa riservatezza ben si confà allo spirito generale della villa, la quale non si rivela ne si mostra finché non ci troviamo a visitarla e a scoprire la raffinatezza e la mondanità delle sue decorazioni settecentesche, nonché la piacevolezza del giardino terrazzato posto sul retro dell'edificio.
Lo studio della "villa Medicea" costituisce un piccolo ma importante contributo alla conoscenza del gusto dell'epoca. Non solo, attraverso l’esame dei documenti che testimoniano l'ascesa sociale ed economica dei suoi proprietari, possiamo cogliere interessanti aspetti relativi alle trasformazioni e all'evoluzione del tessuto socio-culturale che, unitamente ad un intenso sviluppo economico, fecero di questo borgo un fiorente centro agricolo e commerciale a partire dalla metà del XVII secolo.
A questa data Buti, "centro già ricco di uliveti e frantoi «ad acqua»", registra un ulteriore sviluppo delle ricche coltivazioni di uliveti e di castagneti da frutto. Queste colture, assieme ad altre attività extra agricole, dettero la possibilità agli abitanti di Buri, prevalentemente proprietari contadini, di incrementare i propri redditi, favorendo, di conseguenza, la mobilità sociale.
E in questo contesto di mobilità che possiamo inserire l'ascesa sociale dei proprietari della villa Medicea. Di essi conosciamo con certezza l'avvicendarsi a partire dal 1619, data in cui l'immobile risulta appartenere a Vincenzo di Matteo Tonini. Gli estimi seicenteschi, infatti, rivelano "in loco" la concentrazione di case e numerosi poderi, tra i quali emerge l’immobile dei Tonini censito come "casa con stalla e grotta e sue appartenenze...".
Situato, come già detto, sulla sommità del borgo, l'edificio faceva parte dell’antico agglomerato urbano dove la famiglia Tonini possedeva un cospicuo patrimonio fondiario, notizia confermata dall’Anonimo Butese il quale, a proposito della zona denominata ancora oggi - non a caso - "Castel Tonini" scrive: "si osserva tuttora il recinto di detta fortezza da muraglioni che vi sono, sebbene ridotti quasi in piano a motivo delle coltivazioni fàttevi dai signori Cavalieri Tonini, Pisani, antichissima famiglia oriunda di Buri".
Grazie alla posizione di preminenza rispetto al resto del borgo, l'edificio, come avremo modo di approfondire nella descrizione delle sue strutture architettoniche, riuniva in sé la duplice funzione di residenza signorile e di controllo dei beni fondiari.
Come abbiamo rilevato più in generale, anche nel caso dei Tonini il forte incremento patrimoniale corrispose ad un'evoluzione del loro status sociale. Dalle fonti archivistiche risulta infatti che Pietro Tonini "... Ministro dello Scrittoio di Pisa, attenente a Sua Altezza Serenissima..." a partire dal 1610 divenne, alcuni anni dopo, "Provveditore della Grascia", carica, questa, ben più prestigiosa nel contesto dell’apparato amministrativo granducale. Questi importanti incarichi svolti da Pietro Tonini hanno contribuito - presumibilmente - alF erronea denominazione di "Medicea" per la villa, denominazione affermatasi nella tradizione popolare. Non risulta, infatti, comprovato da alcun documento che l’immobile abbia mai fatto parte dei possedimenti medicei.
D'altro canto, non possiamo dimenticare, ne tantomeno sottovalutare, il ruolo fondamentale svolto dai Medici nella promozione e nello sviluppo del contado pisano a partire dal XVI secolo.
Già facoltosi possidenti nelF estimo del 1619, i Tonini vengono riconosciuti cittadini pisani nel 1667 e successivamente, nel 1687, Giovanni di Vincenzo consolida il prestigio della famiglia presentando domanda per "vestire F abito da Cavaliere" delFOrdine di Santo Stefano e fonda la Commenda dei Tonini il 22 luglio del medesimo anno.
Le attestazioni di beni prodotte in occasione di questa domanda testimoniano altre proprietà in Buri.
Al 1754 risale, infine, l’iscrizione ai "Libri d'oro" che costituisce, nella storia dei Tonini, l’apice della loro affermazione sociale. A partire dagli ultimi decenni del XVIII secolo questi possedimenti vengono ulteriormente ampliati grazie ai beni della famiglia Tonini del Furia di Montepulciano, i quali si aggiungono per via ereditaria al già cospicuo patrimonio della casata.
La frammentarietà del materiale documentario non ha consentito di ricostruire in dettaglio il passaggio di proprietà della villa Medicea; tuttavia, considerando la data della committenza a favore di Pietro Giarré da parte di Santi Banti, la transazione avvenne evidentemente nei primi decenni della seconda metà del XVIII secolo. In questo periodo, quindi, la Villa venne ceduta dai Tonini ai Banti. Questi ultimi, presenti negli estimi fin dal 1619 e ivi inseriti nella classe dei contadini (termine che indicava allora tutti gli abitanti del contado indipendentemente dalla professione svolta), ricoprivano, a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, importanti cariche pubbliche. Contemporaneamente, essi raggiunsero una certa agiatezza economica attraverso il potenziamento del proprio patrimonio fondiario, in particolare con l’acquisizione di numerosi terreni agricoli.
L’incremento del patrimonio familiare consentì ai Banti di assumere un ruolo di rilievo nel contesto sociale di Buti. Dai documenti d'archivio rileviamo infatti che Santi Banti, "camarlingo della comunità" dal maggio 1759 all'aprile 1760, fu successivamente designato priore di Buti. A tal proposito si ricorda che questo incarico veniva assegnato mediante estrazione da apposite borse, nella cui formazione dovevano essere rispettati i diritti onorifici relativi alla nobiltà e alla cittadinanza.
Affermatesi in ambito locale come facoltoso possidente, Santi Banti intese rafforzare la propria immagine pubblica con l'acquisto e il rinnovamento della villa Medicea, fino ad allora appartenuta alla nobile famiglia dei Tonini. Il desiderio di affermazione sociale del Banti è ulteriormente comprovato dalla committenza dei lavori di decorazione interna affidata al pittore fiorentino Pietro Giarré, ormai noto decorativista, attivo nella certosa di Calci a partire dal 1770 e presente a Buti dal 1774 al 1775.
La ristrutturazione architettonica, unitamente alla decorazione degli interni, segnano una totale ridefìnizione dell'edifìcio. Esso si è mantenuto inalterato fino ai nostri giorni, consegnandoci una significativa testimonianza, seppur in scala minore, degli interventi di rinnovamento e abbellimento tipicamente settecenteschi di cui Pisa e il suo contado offrono non pochi esempi.

LAZZARINI E. e PUCCI A. , Buti nel settecento: La villa Medicea, Bandecchi e Vivaldi, Pontedera, 1994 pp 17-19