IL TERRITORIO DEL PIVIERE DI VICOPISANO

di Renzo MAZZANTINI

Il territorio

La prima menzione di un «loco Vicho» risale al 2 marzo dell'anno 934 e designa la località in cui sorgeva la pieve battesimale di S. Maria e S. Giovanni, che, in quella data, il vescovo pisano Zenobio confermò a un prete Giovanni (Muratori, AlMAe, III, 1051;  RP, n. 38). La prima menzione, invece, di un «loco et fìnibus Auseris Sala» risale all'anno 960, quando un altro vescovo pisano, Grimaldo, allivellò alcuni pezzi di terra ivi posti (Muratori, AlMAe, 1051; RP, n; 53). Nel documento si dice che il primo di questi pezzi di terra aveva sopra di sé la chiesa di S. Maria «ubi dicitur ad Luto», quella stessa chiesa che in un documento del 15 ottobre 975 - dove è denominata S. Maria Vergine «sita Luto» - risulta dipendere dalla pieve dei Ss. Giovanni Battista e Pietro alla Vena (.RP, n. 62). Questa indicazione, unita ad altre successive - risalenti agli anni 1045 e 1046, che testimoniano un luogo detto Cesano posto vicino al castello di Auserissola (RP, n. 181; Pianezzi, nn. 18-19), permettono di localizzare Auserissola, e di conseguenza il suo castello, di cui parleremo più avanti, nei pressi di Cesano e di identificare con quasi assoluta certezza la chiesa di S. Maria «ad Luto» con quella di S. Maria di Cesano, attestata con questa denominazione nel 1045 (RP, n. 181).  La più antica memoria dell'esistenza di un castello di Auserissola si trova in un documento del 14 febbraio 975, rogato «infra castello de Oserissula» (RP, n. 61). Agli inizi del secolo successivo, e più precisamente all'8 marzo dell'anno 1002, risale, invece, la prima menzione certa di un castello «in loco et fìnibus ubi dicitur Vico» (Muratori, Antichità, I, 200; Angeloni, n. 144); di beni in «Vi- cho et castello» dati in livello dal vescovo Grimaldo si parla già in un documento rogato a Lucca l'il febbraio 961 (Muratori, AlMAe, III, 1060; RP, n. 54): Fidentifìcazione di questo Vico con il nostro mi pare, però, estremamente incerta. Nell'atto del 1002 sopra citato viene testimoniata per la prima volta l'appartenenza al marchese Adalberto, figlio del fu Alberto e nipote del fu Adalberto degli Obertenghi, di una quota del «monte et poio seo castello» di Vico:  è tale quota che, unitamente ad altri beni, alcuni dei quali posti in Cesano, venne venduta con il documento del 1002 dal suddetto marchese al giudice lucchese Leone figlio del fu Leone giudice.  Dopo una serie di passaggi di proprietà (Nobili, 1985, pp. 38-47) questi beni pervennero, nel 1061, al monastero di S. Michele di Marturi (RP, n. 168) e, nel 1129, all'arcivescovado pisano, dopo la vendita da parte delFabate Rodolfo {RP, nn. 309-310).  Ipotizzare, come lascerebbero pensare i documenti del 975 e del 1002, resistenza, tra la seconda metà del X secolo e gli inizi dell'XI, di due castelli a distanza così ravvicinata, uno in Auserissola, presso Cesano, e uno in Vico, sembra tanto ardito quanto improbabile. Più volte menzionato con la denominazione di Auserissola in documenti rogati negli anni tra il 1006 e il 1010 (Falaschi, 1, nn 27, 30, 31, 32), viene per la prima volta citato come castello «quod dicitur a Vico Auserissulo» nel 1020, in un diploma con cui l'imperatore Enrico II confermò i possessi del monastero di Sesto - fra questi tré case nel suddetto castello - (Heinrici II Diplomata, pp. 539-541).  Quando nel succitato documento del 1002 si parla di un «monte et poio seo castello» di Vico il riferimento è, a mio avviso, a quello di Auserissola, che già dal suo sorgere era considerato il castello dell'agglomerato di Vico. Ne è di ostacolo a questa ipotesi il fatto che il luogo Auserissola si trovasse nelle vicinanze di Cesano: quest'ultima località si spingeva praticamente fìno alle porte di Vico, dal quale era divisa dall'Amo e con il quale ha sempre formato storicamente ed economicamente un tutt'uno, nonostante l'appartenenza dei due centri a pivieri diversi - Cesano si trovava, lo ricordo, nel piviere di S. Giovanni alla Vena -.  Il progressivo ingrandimento dell'agglomerato di Vico portò alla fusione territoriale delle due entità, Vico con la sua chiesa pievana di S. Maria, da una parte, e il castello di Auserissola, dall'altra. Parallelamente si arrivò anche alla unificazione dei due toponimi: nel 1020 è documentato per la prima volta un castello «quod dicitur a Vico Auserissulo» (Heinrici II Diplomata, pp. 539-541) e nel 1039 un «loco et fìnibus Vicho Auserissule prope ecclesiam sancte Marie» (Falaschi, 1, n. 72). Un documento del 1045 sembra confermare abbastanza eloquentemente la avvenuta fusione, ferma restando la distinzione tra la zona del castello e quella posta al di fuori di esso: vi si parla infatti di beni «in loco et finibus Vico tam infra castello ubi dicitur Auserissule quam et de foris» venduti dal conte Ugo del fu Tedice della Gherardesca a Carbone del fu Ugo e, poi, da questi donati al vescovato lucchese (RP, n. 181; Pianezzi, nn. 18-19; Ceccarelli Lemut, 1972, pp. 94-96). Nel 1178 viene  menzionato per l'ultima volta un «castellum Vici Auserissule» (RP, n. 448). Da allora in poi non si troverà più traccia nei documenti della denominazione Auserissola, perlomeno a cui si sostituirà, a partire dal 1238 (AAP, Diplomatico, n. 732, 1239 ottobre 26), la nuova specificazione di Vico Pisano, peraltro scarsamente usata.  Oltre ai marchesi Obertenghi, ai conti della Gherardesca, al vescovado lucchese e all'arcivescovado pisano, nel XI secolo possedeva beni nel castello di Vico Auserissola anche Bemardo del fu Gerardo da Travalda - uno dei più antichi esponenti di quella che fu poi la «domus Upethingorum» - il quale, alla fine di quel secolo, lasciò per testamento a Bemardo del fu Gerardo Visconti di Pisa tutto quello che aveva «intus castro Vici ad Auserissulam tam intus quam et de foris» (Tirelli Carli, 1, n. 75, "post" 1099 giugno 10). Un altro membro della medesima casata, Malatacca del fu Lutterio, aveva numerosi beni nel castello e corte di Vico (Nardi, n. 20, 1119 settembre 23).  In conseguenza della vendita da parte delFabate di Marturi (1 settembre 1129), di cui si è già parlato, i beni ex-obertenghi posti «in castro de Vico qui dicitur Auserissula infra ipso castello quam de foris et in curte» pervennero nelle mani degli arcivescovi pisani. Pochi anni più tardi, il 5 marzo 1137, papa Innocenzo II concesse all'arcivescovo Uberto, tra gli altri diritti, il «placitum et fodrum de Vico» e gli riconfermò la pieve di Vico Auserissola con tutte le sue cappelle (Kehr, IP, III, n. 25, p. 224; RP, n. 361); due anni dopo, il 19 luglio 1139, il successore di Uberto, Baldovino, ottenne il diritto di placito e fodro a Vico anche dall'imperatore Corrado III (Conradi III, Diplomata, n. 32; RP, n. 372). Questi diritti, riconfermati più volte da papi e imperatori, furono di fatto scarsamente esercitati dagli arcivescovi pisani, soprattutto per Fostilità dei vicaresi che cercavano in ogni maniera di tutelare la propria autonomia nei confronti delFautorità ecclesiastica, spesso spalleggiata da quella civile. Emblematica a questo proposito è la sentenza del 31 dicembre 1156, pronunciata dopo una rivolta, peraltro fallita, dei vicaresi contro il potere vescovile: in questa data due giudici del Comune pisano, accettando il reclamo fatto dalFarcivescovo Villano, dopo aver constatato la contumacia di una delle parti in causa, vale a dire dei consoli di Vico, ordinarono che il suddetto arcivescovo fosse immesso nel possesso del diritto di placito nei confronti degli uomini di Vico, fino ad allora probabilmente mai esercitato (Muratori, AlMAe, III, 1172; RP, n. 449). La situazione non dovette,  però, migliorare neanche in seguito, giacché nella documentazione non resta traccia alcuna dell' applicazione di questi poteri; tra il 1160 e il 1164 sono presenti a Vico dei vicedomini dell'arcivescovado pisano, Omicio, prima, e Gontulino, poi (RP, nn. 467, 475, 479), la cui unica mansione pare quella di allivellare terre. È di fatto il Comune pisano, più o meno in accordo con i vicaresi, ad esercitare il predominio nella zona, talvolta tutelando gli interessi arcivescovili: lo abbiamo visto nella sentenza del 1156 e lo possiamo vedere anche in una serie di sentenze che nei primi anni del XIII secolo i giudici comunali pronunciarono a proposito di beni ecclesiastici usurpati da vicaresi (per alcuni esempi si veda Carte arcivescovili, I, nn. 8, 9, 15, 18, 20, 24. Cfr. Volpe, 1970).  L'ultimo tentativo di far valere i propri diritti contro il comune di Vico si deve all'arcivescovo Vitale, che nel 1238 intentò contro i vicaresi una lite per il possesso della torre detta di S. Maria, posta sulla sommità del castello, e della piazza antistante alla pieve, denominata Campo di S. Maria di Pisa (AAP, Diplomatico, n. 732, 1239 ottobre 26: al momento del lavoro di edizione di Caturegli la pergamena risultava smarrita); nella controversia, di cui non si conosce la conclusione, intervenne anche, a favore dell'arcivescovo, papa Gregorio IX {Carte arcivescovili, I, n. 198). I continui conflitti a proposito di questi beni, iniziati già al tempo dell'arcivescovo Ubaldo (1176-1207) e proseguiti sotto i suoi successori, emergono chiaramente dagli atti di questa causa, durante la quale il sindaco del comune di Vico negò punto per punto tutto ciò che la parte avversa cercava di dimostrare; poiché il rappresentante arcivescovile sosteneva che tutti i beni appartenenti alla Chiesa pisana si chiamavano S. Maria, egli arrivò perfino ad affermare che la pieve fosse nota non con questo titolo bensì con quello di pieve di Vico.  Anche se gli arcivescovi pisani non ebbero mai la possibilità, per loro incapacità ma soprattutto per la più organizzata concorrenza del potere civile, di esercitare la loro autorità a Vico, essi riuscirono a formare in questo centro - al di fuori però delle mura castellane - e nelle zone limitrofe, soprattutto in Cesano, un vasto patrimonio: in particolare, quasi tutti i terreni e gli edifìci che sorgevano sulla piazza della pieve, detta Campo S. Maria di Vico o di Pisa, e sulla prospiciente piazza e via di Mercato appartenevano all'arcivescovado pisano. Il controllo del castello, invece, fu sempre appannaggio dell'autorità civile, centrale e periferica, non sempre in  256  accordo. L' importanza strategica del castello emerge in ogni momento della storia vicarese, ma in particolare nel corso delle lotte contro i lucchesi di Castruccio Castracani e, in seguito, al momento della prima conquista fiorentina. Al tempo di Castruccio il castello fu più volte assediato, sia pure senza successo; forse in conseguenza di questo evento si procedette a lavori atti a renderlo più sicuro: tra il 1330 e il 1337 fu costruita la rocca, furono rifatte le mura e costruita una nuova torre nel terziere di Reale (ASP, Com. Div. A, n. 97, cc. 4r-6v, 20r; n. 98, cc. 17r, 44v; n. 100, e. 19v; n. 102, e. 65r).  Le proprietà arcivescovili, fonti di cospicue entrate per gli arcivescovi dalla seconda metà del XII secolo fìno agli inizi del XV, subirono danni notevoli in conseguenza della depressione economica che colpì Pisa e il suo contado verso la fìne del Trecento e, soprattutto, in conseguenza della conquista fiorentina (1406), che conobbe nell'assedio del castello di Vicopisano uno dei suoi punti culminanti e decisivi. Dopo questo evento devastatorio - la cui portata è stata, peraltro, spesso esagerata dagli storici non solo in riferimento a questa zona, ma a tutto il Pisano -, numerosissimi furono i beni, che, ormai improduttivi, ritornarono, per mancata soluzione del canone, all'arcivescovado; quest'ultimo seppe intelligentemente fare in modo che i suoi livellari, incentivati da richieste di censi più bassi che in passato, provvedessero a loro spese alla ristrutturazione o alla ricostruzione di ciò che era stato distrutto - a questo proposito si veda, in particolare, la documentazione contenuta sparsamente in AMAP, Contratti, n. 20 (1407-1411) -. In questa maniera gli arcivescovi pisani riuscirono a rimettere in piedi e a rendere di nuovo produttivo, se non totalmente almeno in larga parte, il loro patrimonio immobiliare di Vico.  Nel corso della nuova guerra tra Pisa e Firenze (1494-1509), Vico fu uno dei capisaldi della difesa pisana e subì ancora una volta i danni degli attacchi degli eserciti fiorentini, che alla fìne, come ben si sa, riuscirono vincitori. Da allora Vico, pur restando un importante centro del contado - non dimentichiamo che, durante la dominazione fiorentina, diventò sede di vicaria (Banti, 1959- 60, pp. 319-392) - perse definitivamente la sua antica rilevanza strategica e il suo precedente splendore.

Il piviere.

Nelle decime relative agli anni 1276-1277 sono menzionate, come appartenenti al piviere di Vicopisano, la pieve di S. Maria, la chiesa di S. Stefano, la chiesa di S. Leonardo, la chiesa di S. Simone e la canonica di S. Mamiliano di Lupeto (RD, I, nn. 3803- 3807); in quelle degli anni 1296-97 le stesse più la chiesa di S. Michele (RD, II, nn. 3635-3640).  Nel libro di imposte dell'anno 1371 figurano tra gli enti ecclesiastici tassati nel piviere di Vico: la pieve di S. Maria; la chiesa di S. Stefano, la chiesa di S. Michele, la chiesa di S. Leonardo e la chiesa di S. Simone (ACAP, Estimi ed imposte, n. 1). In analoghi libri degli anni 1422 e 1426 figurano nel piviere di Vico: la pieve di S. Maria con gli altari di S. Michele e S. Lorenzo; la chiesa di S. Stefano, la chiesa di S. Leonardo, la chiesa di S. Michele, la chiesa di S. Simone e l'ospedale di S. Maria; a parte sono menzionati anche i due monasteri di S. Andrea di Lupeta (unito al monastero di S. Marta di Pisa) e di S. Maria Maddalena di Vico e la prioria di S. Mamiliano di Lupeta, che facevano parte del piviere (ACAP, Estimi ed imposte, n. 2, cc. 3r, 4r, 6r, 34r; n. 3, cc. 3v, 4v, 7v, 38r-39r).  Al momento della effettuazione della prima visita pastorale - o almeno della prima che si conservi - compiuta alla diocesi di Pisa dall'arcivescovo Filippo de' Medici tra il 1462 e il 1463 lo stato degli enti ecclesiastici che facevano parte del piviere di S. Maria di Vicopisano non era certo dei più confortanti. L'unico benefìcio ancora funzionante era appunto la pieve, retta da prete Barnaba, e, in sua assenza, da prete Antonio vicepievano: la chiesa aveva 250 anime, una rendita di 70 staia di grano e possedeva due altari, quello di S. Lorenzo, di cui era rettore il priore di S. lacopo di Lupeta, e quello di S. Michele, che era di patronato dei Benigni e non possedeva alcuna rendita in quanto l'Arno ne aveva distrutto i possessi (ACAP, Visite Pastorali, n. 1, 28 aprile 1463, cc. 156v-157r). La chiesa di S. Michele, unita alla pieve, era semidistrutta, priva di tetto e di porte, sconsacrata e sprovvista di beni (Ibid., e. 157r); la chiesa di S. Stefano, anch'essa unita alla pieve, si trovava in discrete condizioni, ma piena di immondizia (Ibid., e. 157v); la chiesa dei Ss. Simone e Leonardo, una volta costituenti due benefìci distinti ed ora unite, aveva una parte vicina al tetto aperta e prossima al crollo {Ibid.); l'ospedale di S. Maria si presentava totalmente in rovina e pieno di immondizia (Ibid.)', la prioria di S. Mamiliano di Lupeta era «partim diruta et partim de proxima ruitura» (Ibid., 29 aprile 1463).  Per avere il quadro completo degli enti ecclesiastici compresi nel territorio del piviere di Vicopisano vanno aggiunti due benefìci esenti sia dalla giurisdizione della chiesa piovana sia dalla giurisdizione della chiesa cattedrale pisana: l'eremo di S. Salvatore di Cavina, presso Vico, e il convento di S. Francesco in Vico.  La prima attestazione della pieve dei Ss. Maria e Giovanni (poi soltanto S. Maria) di Vico [o-p 27] risale al 2 marzo 934, quando il vescovo di Pisa Zenobio la confermò a prete Giovanni figlio della defunta Ildiperga: la chiesa doveva esistere già da tempo perché nel documento si fa memoria di un precedente rettore, prete Rosselmo (Muratori, AlMAe, III, 1051; RP, n. 38). Per avere una ulteriore notizia di questa pieve bisogna aspettare l'anno 1002 e la vendita da parte del marchese Adalberto figlio del fu Alberto e nipote del fu Adalberto al giudice lucchese Leone della sua parte «de monte et poio seo castello ilio que esse videtur in loco et fìnibus ubi dicitur Vico cum ecclesia illa cui vocabulum est beate Marie [...] prope fluvio Amo»: in questo documento la chiesa non è detta pieve, ma pochi dubbi sussistono sulla sua identificazione (Angeloni, n. 144). Ancora semplice chiesa è detta in due documenti del 28 aprile 1039 (Falaschi, 1, nn. 72-73). Ha questa medesima qualifica nel giugno 1048, quando il vescovo di Pisa Opizzo dette in livello a Gennardo figlio di Ema la quarta parte della chiesa di S. Maria «in loco et fìnibus Vico prope ipso castello» e i relativi diritti (RP, n. 123): evidentemente, così come stava accadendo per il castello di Vico, anche la pieve e i suoi beni erano divisi tra quattro diversi possessori, uno dei quali era il vescovo pisano. La chiesa di S. Maria è detta di nuovo pieve oltre due secoli dopo la sua prima attestazione: il 5 marzo 1137, infatti, papa Innocenzo II confermò all'arcivescovo di Pisa Uberto e ai suoi successori vari beni tra cui la «plebem de Vico Auserissule cum omnibus eius capellis» (Kehr, IP, III, n. 25, p. 224; RP, n. 361). Circa quaranta anni dopo - l'il aprile 1176 - papa Alessandro III confermò all'arcivescovo Ubaldo, tra l'altro, il «Campum qui S. Marie dicitur iuxta plebem et castrum ipsius loci [Vico]» e la pieve di Vico Auserissola con tutte le sue cappelle (RP, n. 516).  La più antica testimonianza dell'esistenza della chiesa di S. Leonardo risale ai libri di decime degli anni 1276-1277 (RD, I, n.  3805). Nei documenti medioevali non si hanno mai notizie dirette sulla sua ubicazione, ma era probabilmente posta fuori dal castello di Vico, vicino alla porta che da questa chiesa prese il nome (ASP, Dipi. S. Bemardo, 1301 giugno 13). Una più precisa collocazione viene fornita, nel 1783, dal pievano Del Corso, che così annotava in un registro di rogazioni: «... cantando revangelo ed orazione di S. Leonardo per esservi stato un oratorio sotto quel titolo, di pertinenza delle monache di S. Marta, di qua della Serezza, presso la via Butese, ove si vedono tutt'ora i frammenti» (APV, Vacchetta di rogazioni, 27 maggio 1783).  Al 4 luglio 1272 risale la prima menzione della chiesa di S. Simone (la chiesa è citata una sola volta con la doppia titolazione dei Ss. Simone e Giuda: ACAP, Atti Straordinari, n. 9, e. 80v, 22 novembre 1364): in questa data il suo rettore, il chierico lacopo di Guarzone, che aveva commesso non meglio precisati «excessus» contro un vicarese, promise di obbedire ai mandati dell'arcivescovo e di pagare l'eventuale pena (AMAP, Contratti, n. 3, e. 318r; Tozzi, pp. 159-160). La chiesa doveva però esistere già da tempo se in un documento del settembre di quello stesso anno si dice, eseguendo una sentenza dei giudici della Curia Nuova, «facta proclamatione Vici... apud ecclesiam S. Simonis de Vico, ut mos est» (ASP, Dipi. S. Lorenzo, 1273 settembre 7). Dal 1364 al 1387 S. Simone risulta unita a S. Michele di Vico (ACAP, Atti Straordinari, n. 9, cc. 80v, 128r; n. 10, cc. 95v-96v; n. 11, cc. 26r, 34v) - dal 1364 al 1370 nella persona di prete Francesco di Neruccio da Massa vicario arcivescovile (ACAP, Atti Straordinari, n. 9, 80v, 128r; n. 10, cc. 96rv) - dal 1389 fino al 1463, data di effettuazione della visita pastorale di Filippo de' Medici, a S. Leonardo.  La chiesa di S. Michele era posta nelle adiacenze della sommità del castello: lo si afferma il 26 ottobre 1238 nel corso di una causa fra l'arcivescovo Vitale, da una parte, e il podestà e comune di Vico, dall'altra (AAP, Diplomatico, n. 732). L'ubicazione «ad Reale», che permette di collocarla in prossimità della porta e del borgo Reale, compare per la prima volta nel 1330 (ACAP, Atti Straordinari, n. 3, e. 153r). Di una terra della chiesa di S. Michele posta in Salabrona, vicino alla Serezza, si parla già in un documento del 1192 (ASP, Dipi. S. Bemardo, Casalini, n. 49): l'identificazione con la chiesa di S. Michele di Vico, la cui prima notizia certa risale al giugno 1220 (Archivio Agostini Venerosi della Seta, Diplomatico, Gambini, n. 5), mi pare possa lasciare pochi dubbi. La documentazione su questa chiesa, scarsa fìno a tutto il XIII secolo - gli unici documenti esistenti sono i tré sopra citati - si fa molto più densa a partire dal XIV. Essa risulta unita dal 1364 al 1387 a S. Simone e nel 1417 alla pieve di S. Maria (ACAP, Atti Straordinari, n. 11, e. 231 v.), insieme con S. Stefano e con l'altare di S. Michele posto nella pieve stessa - questo dato è fornito anche al momento della visita pastorale del 1463 -. L'esistenza nella chiesa madre di un altare di S. Michele induce a pensare che la chiesa omonima, che appare distrutta nel 1463, non fosse più officiata già a partire dagli inizi del XV secolo.  La prima notizia certa della chiesa di S. Stefano si trova nei registri di decime degli anni 1276-77 (RD, I, n. 3204). Non è sicuro invece che si possa identificare con questa, e non piuttosto con quella di Cintorio, la chiesa di S. Stefano il cui rettore è menzionato fra i testimoni di un atto fatto a Cesano il 10 ottobre 1200 (ASP, Dipi. S. Lorenzo, Casalini, n. 40). Per avere la prima notizia utile alla sua ubicazione bisogna aspettare la fine del XIV secolo:  in un documento del 1399 la si dice posta all'intemo del castello, con annesso un cimitero confinante per un lato con Fospedale di S. Bartolomeo o della Misericordia (ASF, Notarile Antecosimiano, P 195 (1400-1405), cc. 5v-7r). Doveva essere questa la più importante - se non l'unica - chiesa situata entro le mura castellane: proprio perché vi affluiva la maggior parte degli abitanti del castello. Antonio da Catignano, vicario dell'arcivescovo Scipione Rebiba, al momento della effettuazione della visita pastorale del 1558, affermò di essa che «ut dicitur erat plebs vetus et antiqua» (ACAP, Visite pastorali, 1533-1581, e. 629r, 27 settembre 1558) e Giuseppe Bocca, vicario di Carlo Antonio da Pozzo, nel corso della visita del 1596, che «antiquis temporibus erat plebs dicti castri Vici» (Ibid., 1596- 1597). A partire dal 1369 (ACAP, Atti Straordinari, n. 8, e. 325v, 16 febbraio 1369), e almeno fino al 1463, risulta unita alla chiesa pievana di S. Maria (ACAP, Atti Beneficiali, n. 9, cc. 521v-522r, 8 marzo 1369; ASF, Notarile Antecosimiano, P 195 (1400-1405), cc., 5v-7r, 28 dicembre 1399, ACAP, Atti Straordinari, n. 11, e. 23 lv., 22 febbraio 1417).  La prima attestazione della presenza dei frati minori a Vico risale al 16 aprile 1279: in un atto rogato in tale data si parla di un pezzo di terra con torre posto «super via iusta locum fratrum minorum de Vico» (Archivio del Convento di S. Caterina di Pisa, Diplomatico, Paesani, n. 78). La documentazione relativa al convento  e alla chiesa di S Francesco è costituita nella quasi totalità da testamenti. In uno di questi, viene fornita, sia pur indirettamente, la sua ubicazione: il convento era posto nel castello di Vico, vicino all'ospedale della Misericordia (AAP Diplomatico, n. 1666, 1341 agosto 23; per la sua ubicazione cfr. anche Karwacka Codini, 1988, pp. 9, 11-12), che, a sua volta, sappiamo da un documento della fine del '300 confinare con la chiesa di S. Stefano (ASF, Notarile Antecosimiano, P 195 (1400-1405), cc. 5v-7r). In un ristretto raggio all'interno del castello, erano quindi situati il convento di S. Francesco, l'ospedale di S. Bartolomeo o della Misericordia e la chiesa di S. Stefano. Nel 1394 si procedette alla vendita di un pezzo di terra di proprietà del convento di S Francesco, il cui ricavato fu destinato alla ristrutturazione del refettorio (ASP, Opera del Duomo, Notarile, n. 1336, fase IV, e. 5v).  Del monastero di S. Maria Maddalena di Ruscello di Vico abbiamo notizia per la prima volta il 23 aprile 1267, quando vi si trovavano già undici suore (ASP, Dipi. S. Marta) - dodici erano le suore nel 1270 {Ibid., 1271 aprile 28), quindici nel 1286 {Ibid., 1287 novembre 10) -. Appartenente all'ordine di S. Chiara (ASP, Spedali Riuniti, n. 7, cc. 78v-80r, anno 1287: «sororibus minoribus de Vico»; AAP, Dipi. Luoghi Vari, 1323 agosto 17: monastero di S. Maria Maddalena «de Russiello prope Vicum Pisane diocesis ordinis S. Clare»; ACAP, Atti Straordinari, n. 5, e. 8r, 16 dicembre 1336: S. Maria di Vico «ordinis S. Clare»), questo monastero era situato fuori dal castello (ASP, Dipi. S. Marta, 1296 ottobre 30:  «extra castrum Vici in ecclesia suprascripti monasteri!»), nel borgo Maccione (ACAP, Atti Straordinari, n. 11 e. 55v), vicino al luogo detto Ruscello (AAP, Dipi. Luoghi Vari, 1323 agosto 17; AMAP, Contratti, n. 13, e. 61rv, 26 marzo 1330). Più volte oggetto di lasciti testamentari e donazioni nel corso del XIII secolo e nella prima metà del successivo, conobbe in questo lasso di tempo il suo periodo di massimo splendore. Nel 1388 doveva essere in non buone condizioni se le sue monache, che dichiararono di essere appena in grado di sopravvivere, ottennero dall'arcivescovo il permesso di vendere un terreno per poter procedere alla riparazione del loro monastero (ACAP, Atti Straordinari, n. 11, e. 55v). Questi lavori non furono probabilmente eseguiti giacché nel 1399 il monastero era «quasi diruptum et de proximo etiam verisimilem ruiturum»:  l'inf orinazione emerge da un documento dell'8 settembre che testimonia l'unione di S. Maria Maddalena di Vico al monastero pisano di Marta di Spina. Molte sono le notizie che se ne ricavano: a) a causa della povertà e della fatiscenza del monastero e delle guerre non vi abitava più alcuna monaca; b) era rimasta soltanto la vecchia badessa, suor Cola, la quale doveva vivere altrove; e) il monastero era unito alla chiesa parrocchiale di S. Mamiliano di Lupeta; d) non si riteneva conveniente che un monastero femminile fosse unito ad una chiesa laica parrocchiale; e) il rettore di S. Mamiliano a causa delle molte incombenze non era in grado di provvedere alla riattazione del monastero, sempre più in rovina (ACAP, Atti Straordinari, n. 11, e. 184rv). Per tutte queste ragioni il vicario arcivescovile decretò l'unione del monastero vicarese con quello pisano di S. Marta (Ibid., cc. 185r-186r), consentendo a suor Cola di rimanere a vita priora di S. Maria Maddalena e di amministrarne i beni spirituali e temporali (Ibid., e. 186rv). 11 29 ottobre successivo lo stesso vicario ordinò a Cola di pagare entro i quattro giorni seguenti, con i redditi del suo monastero, quattro stala di grano alle maestranze che vi stavano lavorando; ordinò inoltre che fosse distrutta una casa di proprietà di S. Maria Maddalena posta nel borgo Reale e che con le sue lamine e piastre fosse riparato il dormitorio (Ibid., n. 12, e 43 Ir). Il monastero di S. Maria Maddalena di Vico, ancora unito a S. Marta, è presente sia nell'estimo del 1422 sia in quello del 1426 (ACAP, Estimi ed imposte, TI. 1, e. 4r; n. 3, e. 4v).  La prima menzione delFesistenza di un monastero di S. Andrea detto «a la Selva» [n 28] risale all'anno 1147, quando venne venduto alla sua badessa, Agnese, un appczzamento di terreno posto a Bientina «supra Cilecho» (ASP, Dipi. S. Marta, 1148 dicembre 30). È del 1151 una carta rogata «prope ecclesiam sancti Andree de la Selva» (ASP, Dipi. Coletti, 1151 gennaio 25), mentre risale al 16 marzo 1194 la prima attestazione di questo monastero con la denominazione di S. Andrea di Lupeta (ASP, Dipi. Primaziale; Dolo, n. 33). Da quest'ultimo documento, che testimonia la vendita di una terra con casa posta a Pisa nella contrada di S. Lorenzo in Chinzica, sappiamo che nel 1194 il monastero aveva 10 monache e 4 inservienti e che era di patronato di Bandino di Papa. La metà del XIII secolo fu contraddistinta dal lungo abbaziato di Giuliana. Questa, attestata come badessa nel 1249, nel 1251 e nel 1262, è probabilmente da identificare con la monaca Giuliana del fu Scorcialupo Visconti che nel 1267 ottenne dall'arcivescovo di Pisa Federico Visconti, del quale, in base a quanto si dice nel documento,  era nipote, l'esenzione, a vita dell'arcivescovo, dal pagamento di 4 staia di grano che il monastero doveva annualmente all'arcivescovado pisano (AMAP, Contratti, n. 5, e. 455rv). Analogamente a S. Maria Maddalena di Vico, anche questo monastero fu unito a S. Marta di Pisa: non conosciamo Fanno preciso dell'annessione, ma sappiamo che essa era già operante nel 1422, quando i due enti pagarono insieme l'imposta (ACAP, Estimi ed imposte, n. 2, e. 3r). Nel 1451 le monache di S. Marta allivellarono a Piero di maestro Michele da Como, maestro di muri e legnami, tutto il territorio e le proprietà di S. Andrea in cambio del modesto censo annuo di tré staia di grano carvellino: era forse questo un modo per pagare lavori di ristrutturazione che si stavano facendo nel monastero vicarese (ASP, Dipi. S. Marta, 1451 febbraio 1). Particolarmente ricca nel corso di tutto il Medioevo è la documentazione sulla prioria di S. Mamiliano di Lupeta [n 27], poi S. lacopo. La sua prima attestazione risale all'anno 1134 quando una vendita di terre del monastero di S. Salvatore di Sesto fu rogata a Lupeta «prope ecclesiam sancti Mamiliani» CRP, n. 334); resistenza di un canonico della chiesa è segnalata per la prima volta nel 1182 CRP, n. 557). Da documenti trecenteschi sappiamo che quelli di S. Mamiliano erano canonici regolari (ASP, Opera del Duomo, Notarile, lì. 1316, e. 36v, 5 aprile 1309) dell'ordine di S. Agostino (ACAP, Atti Straordinari, n. 4, cc. 152r ss., 12 novembre 1343). Nel 1224 la chiesa ricevette per la prima volta in livello dall'arcivescovo Vitale l'ospedale di S. Leonardo di Cerbaia con tutte le sue pertinenze (Carte arcivescovili, I, n. 104) e, qualche decennio più tardi, nel 1252, dallo stesso Vitale il pascolo di Cerbaia (Carte arcivescovili, II, n. 288; AMAP, Contratti, n. 5, e. 607r); le due concessioni in livello vennero riconfermate nel 1266 dall'arcivescovo Federico Visconti {Carte arcivescovili, II, n. 372). Agli inizi del '300 il bosco e altri beni appartenenti all'ospedale erano suddivisi tra S. Mamiliano, i comuni di Bientina e Calcinala e alcuni privati (AMAP, Contratti, n. 7, cc. 90v-91r, 7 settembre 1303). Come è già stato detto, intorno alla fine del XIV secolo per qualche tempo venne unito alla canonica il monastero di S. Maria Maddalena di Vico, che passò poi, nel 1399, al monastero pisano di S. Marta (ACAP, Atti Straordinari, n. 11, cc. 184rv, 185r-186v). Troviamo per prima volta menzionata questa prioria con il titolo di S. lacopo, che tuttora conserva, nel 1424 nel corso di un processo per la confinazione di alcune terre (ASP, Dipi. Da Scorno, 1425 dicembre 17).  L'eremo di S. Salvatore [o 26], la cui più antica testimonianza risale al 1240 (ASP, Dipi. Rondoni, 1240 aprile 26), è citato come S. Salvatore di Cavina, di Sambucioni, di Vico. Come «heremitorium sancti Salvatoris supra Vicum» è annotato fra gli enti ecclesiastici paganti le decime del 1276-77 (RD, I, n. 3505).  Non rimane ora che parlare degli ospedali di Vicopisano. Nel 1270 è menzionato un prete Benenato, rettore dell'ospedale di Vico, che ricevette dalla badessa del convento di S. Maria Maddalena tré pezzi di terra posti nei confini di Vico, nel luogo detto Sala, in cambio di un pezzo di terra posto nei medesimi confini, nel luogo detto Ruscello (ASP, Dipi. S. Marta, 1271 aprile 28). A questa prima generica attestazione della semplice esistenza di un ospedale a Vico, ne seguono altre dei primi decenni del '300, ugualmente vaghe; a partire dal 1340 la documentazione incomincia ad essere più precisa e permette di collocare a Vico almeno tré ospedali:  quello della Misericordia o di S. Bartolomeo, quello di S. Maria e quello, più tardo, di S. Buona. L'ospedale di più antica fondazione era quello di S. Bartolomeo o della Misericordia, sede di una Compagnia o Società della Disciplina. Posto nel castello, vicino al convento di S. Francesco (AAP, Diplomatico, n. 1666, 1341 agosto 23;  n. 1866, 1349 marzo 28; n. 2338, 1374 maggio 9), viene citato per la prima volta come ospedale della Misericordia nel 1340 (Ibid., n. 1666) e come ospedale di S. Bartolomeo della Misericordia nel 1362 (Ibid., n 2216, 1363 settembre 9). I/ubicazione di S. Bartolomeo all'intemo delle mura castellane consente di identificare l'ospedale che i documenti collocano fuori dal castello, nel borgo di Mercato, con quello di S. Maria: si parla infatti, una prima volta - anno 1337 -, di un pezzo di terra con mulino ad acqua «inter confìnia Vici, loco dicto sopra lo Spidale» (ASP, Dipi. Cappelli, 1337 marzo 12) e, una seconda volta - 1341 -, di un pezzo di terra «in burgis Mercati, in loco dicto a lo Spidale» (ASF, Notarile Antecosimiano, B 1317 (n. 2331), 1341-45, ser Bernardino q. lohannis de Vico, cc. 7v-8r. - il borgo di Mercato era posto nella zona antistante alla pieve -). Nell'ospedale di S. Maria, attestato con questa denominazione nel 1375 (AAP, Diplomatico, n. 2346, 1376 luglio 29) e nel 1389 (ACAP, Atti Beneficiali, n. 9, cc. 517rv, 15 febbraio 1389) aveva sede una Società e Compagnia di confratelli Disciplinati. Molto più tardo dei precedenti doveva essere l'ospedale di S. Buona menzionato per la prima volta - e, almeno per quanto mi consta, ultima - nel 1401 (Ibid., n. 2, cc llr-12r, 15 ottobre 1401).  Rettore era lo stesso prete Giusto che nel 1389 reggeva l'ospedale di S. Maria: non si può escludere quindi che possa trattarsi o di una nuova titolazione dell'ospedale di S. Maria oppure di un banale errore di scrittura.

MAZZANTI R. (1994) La Pianura di Pisa e i rilievi contermini, la natrura e la storia volume L pp. 253-266