È poco probabile poter reperire nuovi e significativi documenti medievali riguardanti Vicopisano o le sue immediate vicinanze, dopo quanto è stato visto e scritto dagli studiosi che se ne sono occupati in passato e anche di recente(1). Però ci si può ancoraimbattere in qualche notizia che fa luce su aspetti particolari finora trascurati o poco documentati, o riferiti in modo approssimativo e in qualche caso anche parzialmente errato(2).
Le annotazioni che esporrò mi sono suggerite appunto da alcune notizie che ho raccolto durante lo spoglio di una serie assai numerosa di documenti; esse riguardano il priorato di S.Mamiliano di Lupeta(3), e gli ospedali di Vico, in particolare di quello di S.Buona di cui fino ad ora si conosceva poco e che forse è da identificarsi con quello conosciuto con il nome di S.Maria.
 
I. - Prioria di S.Mamiliano o S.Iacopo di Lupeta dell’ordine di S.Agostino.Di questa chiesa resta notizia fin dal 1134 quando è menzionata con il titolo di S.Mamiliano, quando probabilmente era già una canonica, anche se di un canonico di San Mamiliano si ha notizia solo in un documento del 1182. Come canonica secondo la regola di Sant’Agostino risulta anche da documenti trecenteschi(4). Nel 1424 la troviamo indicata con l’intitolazione di San Mamiliano “sive” San Iacopo(5), che se da un lato è da considerare la prima attestazione dell’uso di tale denominazione, dall’altro non si può non supporre che quel “sive” sia indizio che si tratti di denominazione abituale già da qualche tempo. Comunque da allora, sempre più frequentemente la canonica e la chiesa sono menzionate nei documenti sempre più spesso con questa seconda intitolazione soltanto, e con l’altra originaria di S.Mamiliano solo sporadicamente, ma tuttavia ancora almeno fino al XVI secolo(6), quando cadde sostanzialmente in disuso. Probabilmente anche la chiesa perse di importanza se è giusta l’interpretazione che si dà del fatto che, nell’aprile del 1463, al momento della visita pastorale dell’arcivescovo Filippo dei Medici(7), il priore di San Mamiliano di Lupeta, prete Pietro di Giovanni di Domenico da S.Donnino, era contemporaneamente anche rettore delle chiese di S.Simone e di S.Leonardo(8), dell’altare di S.Lorenzo nella pieve di Vico e dell’ospedale di S.Maria.
Di questo personaggio si ha notizia come priore di San Mamiliano fino al giugno del 1493(9), e questo fa presumere che sia stato l’ultimo priore effettivo di S.Mamiliano perché nel luglio del 1496 la prioria di Lupeta risulta già tenuta a titolo di commenda perpetua dal cardinale Giovanni dei Medici, futuro papa Leone X, il quale in tale data, tramite il suo vicario Aloisio Monti di Milano, concedeva in livello alcuni terreni di proprietà di detto priorato(10).
Si può quindi supporre che, morto prete Pietro, la Santa Sede abbia dichiarato la prioria vacante “per obitum” e l’abbia quindi concessa in commenda con tutti i beni annessi(11) al richiedente di maggior suo gradimento.
Parrebbe legittimo chiedersi quale interesse potesse avere avuto un ricco e potente personaggio come il cardinale Medici a voler disporre di una prioria come quella di Lupeta che aveva sì molti beni ma non tali da destare cupidigie a quel livello. Forse non va dimenticato però che nel novembre del 1494 erano accaduti in Toscana due fatti di rilievo: la cacciata dei Medici da Firenze e la ribellione di Pisa. Perciò il controllo di un luogo franco, perché religioso, come il priorato di Lupeta poteva essere conveniente per eventuali contatti con pisani e fiorentini.
In realtà, dal 1496, Lupeta non uscirà più dalla sfera medicea anche se non sempre sarà direttamente in mano di un Medici. Infatti, l’anno successivo, il priore di S.Mamiliano era un fedele di casa Medici, Iacopo di Aurelio Bellaccini di Modena, che nominava suo procuratore Giovanni da Campiglia, cittadino pisano(12); e inoltre, a quanto si può credere, si volle prendere diretta conoscenza e dare ordine al suo patrimonio immobiliare, dato che resta un frammento di inventario degli arredi della chiesa di S.Iacopo di Lupeta, datato primo marzo 1498, redatto da frate Pietro da Campiglia(13) forse parente del procuratore.del priore.
È questo il periodo turbinoso della guerra tra Firenze e Pisa (1494-1509) che sappiamo essere stata assai cruenta nel territorio di Vicopisano. Questo forse spiega il vuoto di informazioni di oltre dieci anni che abbiamo in questo periodo e fa supporre che, per questo motivo, il luogo fosse stato abbandonato da quei pochi che ancora lo abitavano. Questa ipotesi è suffragata dal fatto che, finita la guerra con la vittoria dei Fiorentini, negli anni 1511-14 si fecero grandi lavori di riparazione alla chiesa di S.Iacopo, al suo campanile, alla “casa” ed alle “muraglie” in genere da parte del convento di S.Caterina di Pisa che, in quegli anni, conduceva in affitto “detto luogo”, vale a dire tutto il complesso della casa compresi i terreni di sua proprietà, dal rettore di Lupeta. Di quegli stessi anni è un elenco di masserizie e arredi sacri che il convento di S.Caterina aveva mandato a Vicopisano, destinati a quello di Lupeta. L’accordo di conduzione in affitto tra il convento di S.Caterina e il rettore di Lupeta, Andrea di Guidone da Modena, doveva risalire al tempo in cui frate Filippo Strozzi era il priore di S.Caterina, perché in quell’elenco figura anche un “mezzoquarto con l’arme delli Strozzi”. Tutto questo è documentato da un piccolo registro dal titolo “Terreni in Lupeto” che fa parte del fondo del convento di S.Caterina e che copre appunto gli anni 1511-14(14).
Nel novembre 1514, il priore del convento domenicano di S.Caterina di Pisa, d’accordo con i suoi frati, dette procura a tre di loro di intraprendere l’“iter” presso la Santa Sede al fine di ottenere l’unione perpetua del priorato di S.Iacopo “seu” S.Mamiliano di “Lupeto” al suo convento, qualora si fosse reso vacante per libera e spontanea rinuncia da parte dell’allora rettore, Andrea da Modena, o da parte di altri rettori successivi(15).
La cosa però non ebbe seguito, non tanto perché nell’agosto del 1515 la prioria di Lupeta ebbe un nuovo priore nella persona di Baldassarre Turini di Pescia(16), quanto piuttosto perché costui era un fedelissimo(17) del cardinale Giovanni dei Medici, e questo era in certo modo la conferma dell’interesse primario che i Medici avevano, per i motivi detti, per quella prioria(18). Comunque è possibile che il Turini, nel chiedere il beneficio di Lupeta, avesse in mente un preciso progetto che, come vedremo, sarà realizzato quattro anni più tardi.
Dopo il Turini, ebbe il priorato di Lupeta il canonico pisano Ranieri di Pietro Urbani, persona anch’essa vicina alla Curia romana, nel 1520 anche se la prima notizia diretta dell’Urbani come priore di Lupeta è soltanto del 1 gennaio 1523(19).
È anche probabile però che nel luglio del 1518 l’Urbani fosse già succeduto al Turini perché proprio in quel tempo ebbe dispensa da papa Leone X, di cui era “familiare”, per poter detenere “uno, due o più benefici” ecclesiastici sia nella diocesi di Pisa che altrove”(20). Sempre nel luglio del 1518 l’Urbani si trovava a Roma nel palazzo apostolico da dove faceva procura a Roberto Alberti di Pisa(21) perché prendesse possesso in suo nome della chiesa di S.Bartolomeo di Orzignano(22). Nel 1517 l’Urbani era anche “familiare” del cardinale Giuliano dei Medici, il futuro papa Clemente VII(23) di cui sarà “cubiculare” nel 1526(24).
Nel 1519, intanto, Baldassare Turini con Lorenzo Cecchi(25) aveva visto realizzato il progetto accennato prima con l’elevazione della pieve di S.Maria di Pescia in “diocesi nullius” (cioè soggetta soltanto al papa e perciò autonoma dal vescovo che, in questo caso, era quello di Lucca) decretata, come è ben noto, da papa Leone X con bolla del 15 aprile 1519(26).
Certamente il disegno del Turini comprendeva anche quello di procurare più introiti possibili al costituendo Capitolo di Pescia e forse, per questa ragione, avrà ripensato alle non trascurabili rendite che gli appezzamenti di terreno e case di proprietà del priorato di Lupeta procuravano al suo titolare, perché egli stesso lo era stato. Infatti, da una bolla di Clemente VII del 26 novembre 1523 risulta che papa Leone X fin dal 3 maggio del 1520 aveva decretato l’unione del priorato di S.Mamiliano di Lupeta alla Mensa Capitolare di Pescia, e che per la morte dello stesso papa “littere confecte non fuerunt”; e risulta anche che Ranieri Urbani, successore del Turini, aveva dato il suo assenso a tale unione nel maggio dello stesso anno(27).
Non si sa cosa sia avvenuto tra il 1523, data del decreto d’unione, e il 1529, perché le prime delibere rimaste del Capitolo di Pescia risalgono alla fine del 1528, a parte un frammento di delibere precedenti dove però non si parla mai di Lupeta(28). Nell’archivio arcivescovile pisano non ho rintracciato documenti relativi a questa questione.
Fatto sta che i canonici pesciatini, come vedremo, presero possesso di Lupeta soltanto nel 1534, cioè undici anni dopo la bolla di Clemente VII e pochi mesi prima della morte dell’Urbani.
Dalle prime delibere del Capitolo e da alcune lettere, traspare una certa impazienza e preoccupazione da parte dei canonici pesciatini di entrare tempestivamente in possesso di Lupeta. Infatti, quando nel novembre del 1529 giunse loro notizia della morte dell’Urbani, deliberarono subito di verificare la veridicità della cosa e, se vera, di prendere immediatamente possesso della prioria e della sua chiesa(29).
Sebbene tale notizia si fosse rivelata falsa, correvano voci che l’Urbani fosse “fracido” e che sarebbe morto presto. Perciò la preoccupazione dei canonici era che il beneficio di Lupeta non fosse dichiarato vacante per morte del titolare prima che essi potessero dimostrare il loro diritto di successione a tale priorato(30). Ciò trapela anche dalla richiesta che gli stessi canonici inviarono nel gennaio del 1532 a Baldassare Turini, segretario apostolico, perché facesse avere loro al più presto “le bolle” della chiesa di Lupeta perché la morte dell’Urbani sarebbe potuta accadere da un momento all’altro, o come allusivamente si esprimevano nel documento, “per tutto quello che potesse accadere ogni giorno”(31). Due mesi dopo, il Capitolo deliberò di mandare a Roma il canonico Antonio Berrettari, loro collega, “per estrarre” le bolle e le lettere apostoliche relative alla chiesa di S.Iacopo “sive” Mamiliano di Lupeta, unita con la Mensa Capitolare di Pescia(32). Altri contatti per la stessa questione tra il Capitolo e il Berrettari seguirono anche nel gennaio e maggio dell’anno successivo(33).
Finalmente, nel luglio-agosto del 1534 la bolla d’unione perpetua del priorato di S.Mamiliano di Lupeta dell’ordine di S.Agostino alla Mensa Capitolare della chiesa di S.Maria di Pescia era nelle mani di quel Capitolo e, negli stessi mesi, i canonici presero “reale e corporale possesso” di tale prioria. In quell’occasione, si accordarono col pievano di S.Giovanni alla Vena, prete Niccola, perché officiasse, con un compenso di due scudi d’oro l’anno, la chiesa di S.Mamiliano dopo la morte dell’Urbani. Poi, su richiesta di Baldassare Turini, segretario apostolico, loro “dominus et protector” e loro arcidiacono, i canonici pesciatini offrirono all’Urbani, usufruttuario a vita dei beni di Lupeta, un indennizzo di sessanta scudi d’oro l’anno, come risarcimento della perdita di tale entrata(34). La spesa però non gravò per molto sul bilancio del Capitolo, perché l’Urbani morì circa tre mesi dopo(35).
L’ultimo documento che attesta ancora l’Urbani come priore “sive” rettore della prioria e chiesa di S.Iacopo o S.Mamiliano di Lupeta è del 30 aprile 1534, quando in tale veste permutava terreni posti in Vico, nel luogo detto Casa Bianca, con Ranieri Rosselmini(36). Certo è che le notizie tra Pisa e Pescia correvano presto: l’Urbani era vivo il 21 dicembre 1534, giorno in cui fece testamento(37), e il 23 successivo il Capitolo di Pescia era già stato informato della sua morte dal canonico Orlandi di Pescia, allora in Pisa, il quale, con l’occasione, chiedeva per sé la chiesa di Lupeta. Nello stesso giorno, i canonici, preso atto della morte dell’Urbani, fecero procura ad uno di loro per fare una ricognizione dei beni di Lupeta e dei suoi redditi, per prendere contatto con l’arcivescovo di Pisa e per fare ogni altra cosa necessaria per la successione(38).
Ma ancora il Capitolo di Pescia non poté beneficiare pacificamente del priorato di Lupeta, perché poco dopo, nel gennaio 1535, il “vescovo di Rimini” tentò di sottrarlo al Capitolo in quanto, secondo lui, era vacante “per obitum”. Anche se nei documenti di tale vescovo non viene fatto esplicitamente il nome (ma sappiamo che era Ascanio Parisani, vescovo di Rimini dal 1529 e cardinale dal 1539), si trattava certamente di persona preposta dalla Santa Sede ad incamerare per lei i benefici vacanti per morte del titolare. I canonici, però, superarono anche questo ostacolo ricorrendo all’arcivescovo di Pisa al quale chiesero il suo alto patrocinio, al solito Baldassare Turini e al canonico Antonio Berrettari allora a Roma. Decisivo, in questo caso, a favore dei canonici di Pescia fu sicuramente il possesso della bolla di Clemente VII del 1523 e dell’assenso dell’Urbani per l’unione di Lupeta al loro Capitolo. La cosa però andò avanti comunque almeno fino al 1537(39).
In realtà, l’intervento del vescovo di Rimini deve essere stato più formale che sostanziale, perché non risultano interruzioni nella gestione pesciatina di Lupeta che era iniziata in un certo senso nel luglio - agosto del 1534 con l’accordo fatto col pievano di S.Giovanni alla Vena e poi, nel dicembre successivo, con la ricognizione dei beni del priorato. Questi beni consistevano in circa 1500 staiora di terreni di vario natura situati prevalentemente nel territorio di Vicopisano, ma anche in quello di Calcinaia e di Cascina, dei quali successivamente vennero fatte anche le planimetrie, tra le quali quella del terreno sul quale sorgeva la chiesa di S.Iacopo di Lupeta (allegato A); e inoltre parecchie case coloniche e strutture agricole, e infine anche tre case situate nel castello di Vicopisano: una in Borgo alla Torre, vicino all’orologio; una alle Mura Rotte, ovvero in Pietraia, ed una alla porta Reale(40).
I canonici, come si è visto, si erano accordati col pievano di S.Giovanni alla Vena, prete Niccola di Gabriello di Vicopisano, perché questi officiasse almeno una volta alla settimana nella chiesa di S.Iacopo, e con particolare solennità in occasione della festa del Santo titolare (25 luglio), secondo un uso che risaliva ai tempi di “monsignor Turini”, garantendo la presenza di alcuni di loro in tal giorno. Inoltre incaricarono prete Niccola di concedere terreni in locazione, riscuotere i proventi delle vendite dei prodotti dei campi e, soprattutto, di provvedere alla manutenzione della chiesa e degli arredi del culto. A questo scopo i canonici deliberarono di impegnare per tre anni le entrate di Lupeta esclusivamente per detta ragione(41).
Ma prete Nicola forse, come procuratore, non corrispose alle aspettative dei canonici perché questi, nell’agosto del 1539 gli revocarono l’incarico dell’officiatura della chiesa di Lupeta e dell’altare di S.Lorenzo nella pieve di Vico, per affidarlo a prete Domenico, vice rettore di detta pieve, e anche la procura per riscuotere i loro crediti a Vico, che dettero a Michele Battaglia(42).
Che essi tenessero di conto della chiesa di Lupeta, appare anche dalla loro delibera di spendere “quello farà di bisogno” per la festa di S.Iacopo “tanto in chiesa, quanto nel desinare”(43).
I canonici, nel settembre 1535, dovettero occuparsi anche di recuperare la campana della chiesa che nel tempo della guerra (1494-1509) era stata messa al riparo nella rocca di Vico. Riaverla non fu cosa facile perché il vicario di Vico sosteneva che la campana era del vicariato e non intendeva, perciò, restituirla. La questione andò avanti per molto tempo e arrivò fino ai Capitani di Parte di Firenze e allo stesso duca Cosimo I, il quale il 19 luglio 1544 intimò al vicario di Vico di restituire la campana alla chiesa di Lupeta. L’8 agosto successivo la campana si trovava già “al loco suo”(44).
Nel giugno del 1536, dovettero risolvere un altro problema ricorrendo agli Ufficiali dei Fossi di Pisa contro alcuni abitanti di Vico - capeggiati da ser Guaspare (Testai), cittadino pisano - che avevano tentato di usurpare terreni del priorato di Lupeta reclamandone la proprietà(45).
Dopo circa dodici anni di gestione diretta il Capitolo pesciatino, per liberarsi dei fastidi che i possessi della prioria di Lupeta gli creavano, anche per la loro lontananza da Pescia, reputò più conveniente affittarli in blocco, e nel maggio 1547, locò per sei anni tutti i beni di Lupeta, assieme alla chiesa stessa, a Michele Grifoni di S.Miniato(46), e dopo costui ad altri, assicurandosi in questa maniera entrate certe, senza accollarsi i problemi spiccioli della gestione diretta.
Ma, di questo fatto, soffrì proprio la chiesa di Lupeta, che una ventina di anni dopo era spoglia e bisognosa di grandi riparazioni. Ciò si rileva dalla visita pastorale dell’ottobre 1572 a seguito della quale l’arcivescovo di Pisa impose al pievano di Vico, rettore della chiesa, e agli stessi canonici di Pescia di provvederla entro due mesi di tavola da altare, di calice, di messale, di croce, di candelieri e di far riparare le mura dell’edificio, per evitare che le colombe vi entrassero. Ordinò inoltre che fosse rifatto il pavimento davanti all’altare di S.Lorenzo nella pieve di Vico(47). Dopo pochi mesi, i canonici avevano fornito la chiesa di arredi sacri come era stato ordinato loro(48), ma tre anni dopo la chiesa venne trovata ancora in cattivo stato forse perché le “grandi riparazioni” di cui aveva bisogno non erano state eseguite(49).
Se, a questo riguardo, ci si domanda che fine avessero fatto quegli arredi sacri, assai numerosi, che il convento di S.Caterina aveva mandato a Lupeta agli inizi di quel secolo, per esempio, i tre quadri (Vergine con S.Iacopo, un S.Vincenzo e una S.Caterina), inviati a Lupeta negli anni 1511-1514(50), è da avvertire che di essi non esiste menzione negli inventari della chiesa redatti dai pievani di Vico negli anni 1685 e 1800(51). Si può pensare perciò che il convento di S.Caterina se li fosse ripresi con le altre cose che aveva portato a Lupeta al momento del suo ritiro da quel luogo e che la tavola dipinta descritta nell’inventario del 1685 sia stata quella che il Capitolo di Pescia mandò a Lupeta nel 1573(52).
Col passare degli anni le notizie sulla prioria di Lupeta e in particolare sulla sua chiesa si fanno sempre più rare nelle delibere del Capitolo di Pescia, dove quasi sempre si parla piuttosto di terreni da affittare, di riscossioni dei proventi e di cose analoghe. Le persone che più a lungo condussero in affitto (e a loro volta subaffittarono i terreni) i beni di Lupeta dai canonici, dopo il Grifoni, furono il canonico Rosellini di Pescia, il capitano Pavia, bargello di Pescia e poi di Vico, e i Perelli di Calcinaia. A questi ultimi succedettero famiglie di Vico come i Benedetti, i Paoletti, i Baroni, i Magnani e i Balducci, tanto per citarne alcuni. Sempre negli atti di affitto era fatto obbligo ai conduttori di provvedere alla manutenzione e all’officiatura della chiesa(53).
Inoltre, per quanto concerne la chiesa si può aggiungere che dalla visita pastorale del 1682 veniamo a sapere che il pievano di Vico riceveva dal Capitolo di Pescia dodici sacca di grano l’anno per officiare la messa domenicale e quella solenne nel giorno della dedicazione, S.Iacopo, e la messa per i defunti nel giorno successivo. Ma veniamo anche a sapere, per quanto riguarda gli arredi sacri, che il Visitatore impose al pievano di provvedere al calice per la Messa, che aveva bisogno di riparazioni, e a tre pianete; e per quanto riguarda l’edificio della chiesa di far tappare le “buche delle muraglie da dove passano i piccioni e altri animali”. Nella stessa visita fu ordinato al Capitolo di Pescia di fare la “mensa” di pietra per l’altare di S.Lorenzo nella pieve di Vico, di fornirlo di arredi sacri e di celebrarvi una messa domenicale e quattro per la festa titolare, oltre a due messe per le anime dei fondatori di detto altare(54).
Nel gennaio del 1787, l’allora pievano di Vico, Domenico Maria del Corso, esponeva ai canonici di Pescia, le ragioni (le pessime condizioni della strada “anzi dei viottoli” che conducevano alla chiesa; la necessità di attraversare corsi d’acqua durante la stagione invernale; lo scarsissimo numero di fedeli partecipanti alle sacre funzioni) che gli impedivano di continuare a dir messa in quella chiesa di Lupeta; e chiedeva l’autorizzazione (che gli venne accordata il 3 febbraio) di “trasportare” tali messe all’altare di S.Lorenzo nella pieve di Vico, anch’esso di patronato del Capitolo di Pescia; assicurando però di officiarvi per la festa di S.Iacopo, il 25 luglio, e per i suffragi dei defunti il 27 successivo(55).
Poco dopo l’unità d’Italia, il Capitolo di Pescia alienò definitivamente la chiesa di S.Iacopo con parte dei suoi beni a Domenico Balducci di Vico, suo affittuario, con atto di affrancazione del 10 ottobre 1867. In tale occasione i canonici deliberarono di collocare nella chiesa stessa una lapide commemorativa(56), nella quale si impegnarono a far intervenire ogni anno uno di loro alla festa di S.Iacopo per dir messa.
Nella stessa epoca, tra il 1860 e 1867, i canonici si disfecero di altri beni già della prioria di Lupeta, tra cui il podere di S.Lorenzo(57).
Passata ancora di proprietà, oggi la chiesa appartiene al demanio.
 
II – Ospedale e chiesa di S.Buona.
Prima di presentare questa mia nota sull’ospedale e sulla chiesa di S.Buona, è opportuno ricordare brevemente quanto già sappiamo sugli ospedali di Vicopisano.
È del 1270 il documento più antico finora conosciuto che testimonia l’esistenza di un ospedale a Vicopisano, e il modo come il relativo documento si esprime lascia supporre che ve ne fosse uno soltanto(58).
Di recente, scorrendo i Libri dei Possessi della Mensa nell’Archivio arcivescovile di Pisa, ho trovato (nel primo registro), più che la notizia, l’indizio dell’esistenza di un ospedale a Vicopisano in data anteriore a quella finora nota. Il registro in parola, che contiene descrizioni di beni appartenenti alla Mensa, fu compilato nella seconda metà del ’300 ma sulla base per lo più di notizie ricavate da contratti notarili duecenteschi(59). Per quello che ora ci interessa è da aggiungere che le descrizioni dei beni arcivescovili situati a Vico e Lupeta risultano basate su contratti degli anni 1202-1227. Ebbene, ciò premesso, ecco la notizia: in una descrizione di questi beni risulta indicata la confinanza “prope hospitale vetus”. Si può supporre ragionevolmente che esso fosse situato non lontano dalla pieve(60), ma l’omissione nella descrizione del nome del luogo ove si trovava quel pezzo di terra non consente di avere alcuna certezza. Si può tuttavia osservare che, se già nel primo duecento si parlava di un ospedale “vetus”, la data relativa all’esistenza di un ospedale a Vico si abbassa di parecchio rispetto a quanto si sapeva fino ad ora. Inoltre si osserva che il fatto che esistesse un ospedale definito “vetus” fa pensare che a quel tempo ne fosse già sorto uno “nuovo” (anche se di ciò non abbiamo esplicita conferma dalla documentazione).
Di un altro ospedale è attestata l’esistenza in Vico in un documento del 1340 dove è detto della Misericordia o anche di San Bartolomeo della Misericordia (come è menzionato in un documento del 1362). Di esso si sa che era situato all’interno del castello, vicino al convento di San Francesco, dove aveva sede anche una Compagnia o Società della Disciplina.
Oltre a questo ospedale, detto della Misericordia, in un documento del 1375 resta il ricordo di un altro ospedale detto di Santa Maria, situato fuori del castello, nel Borgo di Mercato, presso il quale risiedeva una Società e Compagnia di confratelli Disciplinati; esso probabilmente è lo stesso che è menzionato anonimamente come “spidale” in un documento del 1337 e in uno del 1341(61) (e, forse, è lo stesso che è ricordato nel documento del 1270).
Infine, in un documento del 1401, si ha notizia per la prima volta di un (terzo?) ospedale detto di Santa Buona. Al riguardo in passato fu avanzata l’ipotesi che potesse trattarsi, non di un nuovo ospedale, ma o di una nuova intitolazione di quello di S.Maria o di un errore di scrittura di uno scriba: in questo senso faceva propendere il fatto che (nel 1401) risultasse rettore di questo ospedale un prete Giusto che in un documento di qualche anno prima (del 1389) risultava rettore dell’ospedale di S.Maria(62). Comunque sia, i documenti successivi a tale anno confermano l’esistenza a Vico, con quel nome, sia di un ospedale sia di una chiesa, ma nello stesso tempo proprio quei documenti ci inducono a supporre che questo ospedale di S.Buona non fosse altro che quello di S.Maria.
 
L’ospedale.
Dal documento del 1401, che riguarda la nomina del rettore della chiesa di San Simone nella persona di prete Giusto, risulta che costui aveva già la carica di rettore dell’ospedale di Santa Buona(63), un ospedale presso il quale esisteva (probabilmente con funzioni di volontariato cioè di ospitalità) una compagnia e società di disciplinati detta di S.Buona, come sappiamo da un documento del 1404, in cui sono menzionati due priori e tre camarlinghi di questa compagnia(64). Lo stesso documento del 1404, un testamento, menziona tra gli altri un Nerio di Vanni, come “Ospedaliere” di un “ospedale di Vico” non meglio precisato (ma forse da identificare con quello di S.Bartolomeo o della Misericordia), e prete Giusto del fu Neri che qui viene qualificato come rettore “dell’ospedale di S.Maria di Vico e di San Leonardo”. Dunque prete Giusto sarebbe stato contemporaneamente rettore della chiesa di San Simone, e rettore anche di due ospedali, di quello di S.Buona e di quello di S.Maria(65).
In documenti degli anni 1422 e 1426, riguardanti Vicopisano, si ha menzione unicamente dell’ospedale di S.Maria, ricordato senza altra denominazione(66) e senza specificare il nome del suo rettore; anche nel catasto dei religiosi del 1427 compaiono, come intestatari di portata, l’“ospedale di S.Maria di Vico nei confini di Vico” e l’“ospedale della Compagnia della Misericordia di S.Bartolomeo di Vico” (nemmeno in questo vengono menzionati i rettori)(67); e non compare quello di S.Buona, sebbene possedesse un terreno “ad Arno, in Ferraia” ed uno in Corvaia(68), ed inoltre una casa nel castello, in Reale, presso le mura castellane(69). Invece l’ospedale di S.Buona risulta menzionato nei catasti fiorentini degli anni 1427-30, ma soltanto in confinanze, grazie alle quali è possibile situarlo immediatamente fuori del castello, vicino alla “via di Rio Maggiore”(70), che scorreva allora a sud della Piazza di Mercato(71).
Successivamente, notizie dell’ospedale di S.Buona si hanno in un documento del 1464, in cui il già citato prete Pietro, rettore dell’ospedale di “S.Maria sive S.Buona”, nonché rettore della chiesa di S.Leonardo, loca a un Giovanni di Mainardo da Pontremoli certi beni confinanti con la via del Piastrone(72); e in un documento del gennaio 1466(73), in uno del 1474(74) e poi ancora in uno del 1484(75), dal quale risulta però che il nome Santa Buona era divenuto allora un toponimo indicante la zona dove erano situati beni dell’ospedale. E ancora, in un documento del 1485(76) appare per l’ultima volta in documenti la denominazione dell’ospedale S. Maria sive S.Buona però, per quanto mi è stato possibile accertare, anche se presumibilmente l’uso parlato continuò, fino a quando la denominazione “di S.Maria” scomparve, forse con l’ospedale stesso: sta il fatto che nella visita pastorale del 1558 non si fa menzione dell’ospedale di S.Maria, ma si fa menzione di un ospedale di S.Buona unito alla chiesa di S.Iacopo di Lupeta, ma ormai “diruto e desolato”(77).
Ebbene, si deve rilevare che i registri “fiscali”, cioè il “catasto dei religiosi” del 1427 e il Catasto fiorentino del 1427-30, non registrino l’esistenza di un ospedale di S.Buona, che pur risulta per altra via proprietario di beni immobili, mentre registrano l’ospedale di S.Maria, non si può spiegare se non supponendo che ambedue costituissero un solo ente. Tale ipotesi, pare confermata anche dalla Visita pastorale del 1463(78) che non menziona l’ospedale di S.Buona bensì soltanto quello di S.Maria, e dal documento citato del novembre 1464, dove è menzionato ancora con la denominazione di “S.Maria sive S.Buona”. Insomma i documenti citati, che vanno da 1404 al 1558, ci inducono a ritenere che S.Maria e S.Buona, se non erano un unico ospedale, fossero considerati uno stesso ospedale; infatti, i beni attribuiti, nei documenti sia all’uno (1464, 1466, 1474) sia all’altro (1485) ospedale erano situati nella stessa zona di Vico perché la via o rio del Piastrone si trovava appunto nei pressi del luogo detto S.Buona (allegato C/3). Gli ospedali esistiti a Vico dal XIVo secolo sono quindi quello di S.Bartolomeo o della Misericordia, dentro il castello, e quello di S.Maria “sive” di S.Buona, fuori del castello(79).
Per concludere, ricordo che l’ospedale di S.Buona nel 1428 si trovava vicino alla “via di Rio Maggiore” (si veda nota 70) che doveva essere quella poi detta di S.Buona (si veda allegato C/4), oggi identificabile con il primo tratto della via Salutini, venendo dalla via Moricotti. Pertanto l’ospedale doveva trovarsi proprio in quei pressi. Forse è qui il caso di ricordare che anche l’ospedale di S.Maria era stato collocato grosso modo in quella stessa zona, in base a quei due documenti del 1337 e del 1341, citati all’inizio di questa parte del lavoro.(si veda nota 61).
La chiesa.
Di una chiesa e di una via a Vico intitolata a S.Buona si trova notizia nel Boncinelli, il quale, citando la sua fonte di informazione, il notaio Cipriano Baroni di Vico, ci riferisce che la chiesa si trovava “sopra della canonica” della pieve, a destra andando verso il monte, e che al suo tempo esisteva ancora in quel luogo una via detta di S.Buona(80).
L’informazione era davvero giusta.
Per quanto riguarda la strada, abbiamo avuto conferma della sua esistenza da quanto già esposto prima. Della chiesa si parla nel “Campione di Beni” del Capitolo di Pescia dove un pezzo di terra, appartenuto alla prioria di S.Iacopo (o S.Mamiliano) di Lupeta, è così descritto: “a Santa Buona terra lavorativa, vignata, fruttata, con chiesa rovinata”. Di questa terra, come degli altri beni posti a Vico, quel Capitolo fece fare la planimetria (si veda allegato D). La descrizione si rifaceva ad un contratto di affitto del 1520(81), cioè prima dell’unione di detto priorato al Capitolo di Pescia (1523). Sebbene non sia specificato di quale chiesa rovinata si trattasse, era certamente quella di S.Buona.
Infatti, quello stesso terreno con chiesa rovinata lo ritroviamo elencato tra i beni che nel 1712 il Capitolo pesciatino riconfermava a livello ai Perelli di Calcinaia, dandone questa volta i confini: a mezzogiorno e a levante due strade, a tramontana il rio Valletta, ad occidente beni dei Rosselmini(82). Questa informazione consente di identificare il terreno in oggetto con quello che lo stesso Capitolo possedeva proprio sopra alla pieve, come è mostrato in una pianta del 1726 (allegato E), dove, appunto, si ritrovano gli stessi confini di cui sopra. A ulteriore riprova, nella “Relazione” tardosettecentesca che il Capitolo di Pescia stilava descrivendo i suoi beni di Vicopisano si legge che il terreno posto “a Santa Buona” era situato “precisamente dietro appunto e dalla parte di occidente della pieve di Vicopisano”(83), proprio come diceva il Boncinelli e come si vede nella detta pianta E.
In quest’ultima descrizione non si parla più della “chiesa rovinata”, di cui forse non era rimasta alcuna traccia dal momento che era già un rudere nel 1520. Probabilmente le sue vestigia erano già scomparse anche nel 1712: solitamente nei rinnovi di livelli o di locazioni, in special modo da parte degli enti ecclesiastici, si usava riportare le vecchie descrizioni.
Mi sembra di poter concludere quindi che l’ospedale e la chiesa di Santa Buona dovevano trovarsi a breve distanza l’uno dall’altra, divisi dalla via Verrucana: l’ospedale a sinistra e la chiesa a destra, andando verso il monte. Non è da escludere poi, mancando un preciso punto di riferimento, che entrambi si trovassero proprio su quella porzione di terreno che venne occupato, come già detto, dalla Deputazione Serezza per il nuovo corso del Rio Maggiore, che oggi attraversa ad est l’estremità dei terreni qui considerati.
Quello che pare un po’ strano è che in nessuno dei vecchi abitanti di Vico, per quanto mi risulta, sia rimasta memoria almeno della strada intitolata a questa santa pisana(84), visto che la strada esisteva ancora verso la fine dell’ottocento e che a Vico sono ancora in uso toponimi ben più antichi di quello di S.Buona.
 
Excursus
Mediante l’esame di alcuni passaggi di proprietà di un terreno posto nei confini di Vico, nel luogo detto “a lo Spidale” che Gherardo di Piero del Canfara aveva lasciato in eredità all’Opera del Duomo intorno alla seconda metà del secolo XV(85), è stato possibile localizzare meglio l’ospedale di S.Buona.
Nel 1491 Francesco di Agostino calzolaio di Vico dichiarava di possedere un pezzo di terra nei confini di Vico, nel luogo detto “a lo Spidale”, i cui confini erano due vie e beni dell’Opera del Duomo(86). La coincidenza dei confini (due vie e beni dell’Opera detta), di uno dei due nomi (Agostino) e del mestiere (calzolaio) portano a concludere che il terreno dichiarato nel 1556 da Agostino e Mariotto calzolai di Vico posto nel luogo detto S.Buona(87), sia lo stesso di quello dato in portata nel 1491 da Francesco di Agostino e di quello ereditato dall’Opera del Duomo. Un altro elemento probatorio è costituito dal fatto che coloro che conducevano a livello da oltre ottant’anni il terreno ereditato da quell’Opera dicevano di confinare, tra l’altro, con la strada di S.Buona, con il Rio Maggiore e con i beni dei detti Agostino e Mariotto, calzolai di Vico(88).
Nel 1571 i vecchi affittuari rinunciarono ai terreni “che furono di commissione” di Gherardo del Canfara e l’Opera del Duomo li concesse a livello al colonnello Simeone Rosselmini(89). Questi terreni, nei confini di Vico, si trovavano nei luoghi detti la Viaccia, S.Buona, Rio Maggiore, le Conce e la Tinta(90), praticamente tutti situati ad ovest e a sud della pieve, nelle sue immediate vicinanze. Di questi luoghi sono rimasti diversi disegni e piante, eseguiti nel corso del XVIII secolo, in occasione di un’eredità Rosselmini, allegati C-C/3(91), e di una controversia di un Silvatici per questioni di passo, allegato C/4(92).
Data la chiarezza di questi disegni e piante e soprattutto delle note ad esse annesse e in parte qui trascritte in nota, mi sembra superfluo aggiungere altre spiegazioni, anche perché l’assetto della zona presa in esame in tali disegni è sostanzialmente rimasto invariato, ad eccezione del corso del Rio Maggiore che negli anni 1852-54 venne deviato dalla piazza di Vico per salvaguardare dalle inondazioni la stessa piazza Cavalca e i terreni circostanti (si confrontino gli allegati B, vecchio corso, e F, nuovo)(93).
Gli allegati C-C/4 mostrano terreni della Sezione F (S.Iacopo e Romitorio) di Vicopisano del catasto Leopoldino, parte dei quali sono compresi nelle particelle 351 e 352 che, prima della detta deviazione, si ricongiungevano con quelli delle particelle 2 e 7 della Sezione G (Castello) dello stesso catasto, come viene mostrato nell’allegato G(94). I beni della particella 351 appartenevano ad Angelo Magnani, come livellare del Capitolo di Pescia (si veda note 53 e 93), e quelli della 352 a Gherardo e fratelli Silvatici, il cui padre, Giuseppe, nel 1792 era subentrato ai Rosselmini in parte di quel terreno come livellare dell’Opera del Duomo (si veda nota 91). Le particelle 2 e 7 della Sezione G si riferiscono, rispettivamente, a terreni della pieve di Vico e di Gherardo e fratelli Silvatici.
Miria Fanucci Lovitch
 
img057
 
img058
 
img059
 
img060
 
img061
 
img062
 
img063
img064
 
img065
 
img066
 
img067
 
Didascalia degli allegati():
Allegato A: Pianta del podere di S.Iacopo a Lupeta, eseguita nel 1798, dove si vede la chiesa omonima (ACPe, “Relazione delle stime dei beni che compongano la fattoria di S.Iacopo a Lupeta ...”, 2 maggio 1798, c. 13).
Allegato B: Andamento del Rio Maggiore nel Comune di Vicopisano nel 1797, prima della deviazione avvenuta a metà del secolo successivo (ASP, Fiumi e Fossi, 1086, cc. 433-435).
Allegato C: Pianta settecentesca di beni Rosselmini a Vico, in parte livellari dell’Opera del Duomo, posti nei luoghi detti la Viaccia, S.Buona e Rio Maggiore (ASP, Archivio Upezzinghi, Deposito Rasponi, 575). Questi terreni sono da identificare con quelli della particella 352 di cui all’allegato G.
Allegato C/1: Si veda allegato C. In questa pianta si legge “Viaccia detta via S.Bona” anziché “Viaccia detta già via S.Bona.
Allegato C/2: Pianta settecentesca di beni Rosselmini a Vico, in parte livellari dell’Opera del Duomo, posti nei luoghi detti “Le Concie e la Tinta”.
Allegato C/3: Particolare dell’allegato C/2 dove è segnalato il rio di Piastrone.
Allegato C/4: Pianta di fine secolo XVIIIo di beni Silvatici (già dei Rosselmini, si veda C-C/3), in parte livellari dell’Opera del Duomo, posti nei luoghi detti le Concie e Colle Martini (ASP. Fiumi e Fossi, 955, atto 7). In questa pianta, posteriore delle precedenti C-C/3, la via di S.Buona (“che conduce al Rio Maggiore”) è collocata nel tratto segnato in pianta con le lettere A-S.
Allegato D: Planimetria del terreno “a Santa Buona” sul quale si trovava la chiesa rovinata (ACPe, Campione Beni, V.II, c. 176v).
Allegato E: Pianta eseguita in occasione di una visita all’alveo del Rio del Tinto e del Rio Valletta in piena, dove sono indicati, dietro alla pieve, i beni dei canonici di Pescia (ASP, Fiumi e Fossi, 798, Atto 78, 22/1/1726)
Allegato F: “Cartoncino” (n. 44, a. 1864, Sez. F di Vicopisano del catasto Leopoldino in ASP) che mostra in tratteggiato l’area occupata dal nuovo corso delle acque, che interessa anche le particelle 351 e 352.
Allegato G: Particolare della “Sezione F di S.Iacopo e Romitorio”, Foglio 3, Catasto Leopoldino, Vicopisano, in ASP, dove sono indicate le particelle 351 e 352 e particolare della “Sezione G, Castello” del medesimo catasto, con indicate le particelle 2 e 7 che si ricongiungono con le suddette 351 e 352.
 Autorizzazione alla pubblicazione degli allegati B, C-C/4, E, F e G dell’ASP
prot.n. 4137/V.1.48.2 del 17/12/1999 parere n. 13/99 e autorizzazione verbale del Capitolo di Pescia per la pubblicazione degli allegati A e D.
 
Note
* Abbreviazioni usate: AAP:    Archivio Arcivescovile di Pisa. ACPe    Archivio Capitolare di Pescia ACV:    Archivio Comunale di Vicopisano. ASF:    Archivio di Stato di Firenze. ASP:    Archivio di Stato di Pisa. N.A.:    Notarile Antecosimiano. Not.Mod.:    Notarile Moderno.
1 E. Repetti, Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana, V, Firenze 1843, pp. 756-761.
E. Boncinelli, Storia di Vico Auserissola (Vicopisano) e suo distretto, Venezia 1886.
A. Casa, Storia documentata di Vicopisano, Pisa 1907.
A. Niccolai, il Castello di Vicopisano, saggio storico, Pisa, 1920.
O. Banti, Il Vicariato e la Podesteria di Vicopisano nel sec.XVI, in "Bollettino Storico Pisano" Anno XXVIII-XXIX (terza serie) (1959-60), pp. 319-392.
G. Caciagli, Provincie di Pisa, vol.IV, Pisa 1972, pp. 843-879 - Vicopisano. R. Gatteschi, in La Toscana Paese per Paese, Bonechi Ed., 1981, vol.III, pp.
489-492 - Vicopisano.
Studi di Storia Medievale e Moderna su Vicopisano e il suo territorio, Atti del Convegno della Società Storica Pisana, Vicopisano (27 giugno 1982), in "Biblioteca del Bollettino Storico Pisano", Collana Storica, 28, Pisa 1985, (contributi di O. Banti, M.L. Cristiani Testi, M. Nobili, L. Carratori, A.M. Pult-Quaglia e G. Caciagli).
E. Karwacka Codini, Palazzo Pretorio e Palazzo Comunale di Vicopisano, Note e contributi, Pisa, 1988.
F. Cabras, La Comunità di Vicopisano nel Medioevo, Comune di Vicopisano, stampa Bandecchi e Vivaldi, Pontedera, 1990.
L. Carratori Scolaro, Il Territorio del Piviere di Vicopisano (Vico, Vico Auserissola), in "La Pianura di Pisa e i Rilievi Contermini, La Natura e la Storia", a cura di R.Mazzanti, Società Geografica Italiana, Roma 1994, pp. 253-266.
S. Cavazza, Viabilità minore nel centro storico di Vicopisano, Comune di Vicopisano, Tacchi Ed., Pisa, 1995.
F. Redi e M. Fanucci Lovitch, Nuovi studi di storia e di archeologia su Vicopisano, Società Storica Pisana, Biblioteca del Bollettino Storico Pisano, Collana Storica 45, Pacini, Pisa, 1998.
2 Per esempio, in Boncinelli, cit., p. 108, e poi anche in Caciagli, cit., p. 901, l’annessione della chiesa di S.Iacopo di Lupeta con tutti i suoi beni al Capitolo della cattedrale di Pescia è datata aprile 1605 ad opera di papa Leone XI. In realtà, tale annessione venne decretata da papa Leone X nel 1520 e convalidata nel 1523 da papa Clemente VII.
3 In questa sede non mi inoltrerò nel groviglio di interessi politico-finanziari che gravitavano intorno ai benefici ecclesiastici. Per la collocazione e valutazione storica di Lupeta rimando a R. Bizzocchi, Chiesa e Potere nella Toscana del Quattrocento, Soc. Ed. Il Mulino, Bologna, 1987
4 Cfr. Carratori Scolaro, cit., p. 264.
5 ASP, Diplomatico da Scorno, 1425, dicembre 17. Secondo Carratori Scolaro, cit., p. 264, questa è la prima volta che viene indicata anche col titolo di S.Iacopo.
6 ACPe, Delibere, 4, c. 66r, 21/9/1552, beni del priorato di S.Iacopo “seu” S.Mamiliano di Lupeta.
7 AAP, Curia, Visite Pastorali, n. 1 (inventario L. Carratori), a. 1462-94, cc. 1rv, 156v-158r, 28-29 aprile 1463. In tale data la prioria di S.Mamiliano risultava parzialmente distrutta e pericolante (cfr. anche Carratori Scolaro, cit., p. 259).
8 Per l’ubicazione di queste due chiese, cfr. Redi e Fanucci Lovitch, cit., p. 41. A proposito della chiesa di S.Leonardo, si può ora abbassare di oltre trent’anni la sua prima attestazione risalente agli anni 1276-77 (Carratori Scolaro, cit., p. 259): 1245 luglio 25, un pezzo di terra posto in Cesano, nel luogo detto via Cava, confina in parte con beni della chiesa di S.Leonardo di Vico (Archivio Certosa Calci, Fondo Diplomatico, 1246 luglio 25).
9 ASF, N.A., 3095, ins. 8, 2/1/1488, Antonio e Michele del fu Francesco del fu Giovanni di Iacopo del Ciarpa, cittadini pisani della cappella di S.Eufrasia, vendono a Pietro del fu Giovanni di Domenico da S.Donnino, priore di S.Mamiliano di Lupeta e rettore delle chiese di S.Leonardo e S.Simone di Vico, comprante per sé e per detto priorato, un pezzo di terra con cigliere posto nel castello di Vico, in Borgo Grande, dirimpetto alla torre delle campane, confinante per un capo ed un lato con una casa del detto priorato e con la via pubblica.
ASF, N.A., 797, ins. a.1493, atto 30, 9/8/1492, lo stesso prete Pietro concede terra in locazione. ASF, N.A., 797, ins. a. 1494, atto 5, 11/6/1493, prete Pietro è testimone in un atto di locazione, rogato nel castello di Vico, con cui frate Andrea del fu Iacopo del fu ser Tommaso da Campiglia, priore di S.Salvatore in Cavina, concede in locazione un pezzo di terra con casa semidistrutta, posta nel castello di Vico, sotto S.Francesco.
10 In tale data il cardinale, tramite il suo vicario Aloisio Monti, cappellano apostolico, proposto di S.Ambrogio di Genova, vicario di monsignor cardinale de’ Medici commendatario perpetuo del priorato di S.Mamiliano di Lupeta, di S.Leonardo e S.Simone e della cappella di S.Lorenzo, concede in locazione ad Andrea di Luca, abitante a Vico, alcuni terreni posti in Vicopisano nei luoghi detti: Lupeta, Campo Maggio e alla Torre. L’atto veniva rogato a Vico in casa del notaio, alla presenza di Antonio di Pellegrino da Ferrara, dimorante con detto Aloisio. (ASF, N.A., 798, ins. a. 1497, 15/7/1496).
Giovanni di Lorenzo dei Medici, col nome di Leone X, fu papa dal 19/3/1513 al 1/12/1521.
11 Intendo quelli delle due chiese unite al priorato di Lupeta, S.Leonardo e S.Simone, dell’altare di S.Lorenzo e quelli della chiesa e ospedale di S.Buona.
12 ASF, N.A., 798, ins. a. 1498, atto 31, 26/8/1497, il venerabile uomo Giovanni Battista del cavalier dottore Aurelio Bellaccini di Modena, procuratore di Iacopo, figlio di detto Aurelio, priore del priorato di S.Mamiliano di Lupeta, con i suoi annessi, in detto nome nomina procuratore Giovanni di Matteo del fu Iacopo del fu ser Tommaso da Campiglia, cittadino pisano. Rogato nel castello di Vico, nella casa di Ranieri del fu Adovardo Rosselmini.
13 ASF, N.A., 798, ins. a. 1498, atto 67, 1/3/1498.
14 AAP, Fondo convento S.Caterina, VII-C-3 giallo, inventario provvisorio (ex 419 inventario di don Enzo Virgili), serie “Campione Beni”, che mi è stato segnalato da L. Carratori Scolaro. Per Filippo Strozzi priore di S.Caterina, si veda, ibidem, IV-B-8 azzurro (inventario provvisorio), contratti, c. 206. Le masserizie mandate a Vico consistono essenzialmente in sacconi, materasse, guanciali, coperte, tonache, piumacci, capezzali, casse, cassoni, saliscendi, bandelle da uscio, ferramenta, torchi, lanterne, mozzi e fune per campane, fune per la campana mezzana, tavole da mangiare, taglieri, scodelle, pentole, paioli, bicchieri, pennati, ronconi e, come detto nel testo, lo stemma della famiglia Strozzi. Gli arredi sacri mandati a Vico “per dir messa” sono (cfr. ibidem c. 39r): un calice piccolo fesso nel labro fornito di patena; due ampolle, un bossolo da candela, una pietra sacrata, una pianeta e un camice, tovaglia da altare, paliotto, un messale antico e bello in carta buona, due candelieri di ferro da altare, tre quadretti: in uno la Vergine e S.Iacopo, nell’altro S.Vincenzo e nell’altro S.Caterina; una croce stagnata da altare, una tovaglia da apparecchiare la Mensa, due tovagliolini, due orciolini da olio, due mezzette, una salina di terra bianca, quattro bicchieri, una Mensa bella e nuova, una croce grande e un reliquiere grande pieno di reliquie.
15 AAP, Fondo convento S.Caterina, IV-B-8 azzurro (inventario provvisorio), contratti, a. 1348-sec.XVI, cc. 228r - 229v, 12-11-1514.
16 ASF, N.A., 10554, cc. 357v-359r, 31/8/1515: Domenico del fu Turino dei Turini di Pescia, come procuratore di suo fratello Baldassare, priore della prioria di S.Mamiliano di Lupeta di Vico, concede in locazione a Giuliano del fu Leonardo del fu Salvatore da Bientina un pezzo di terra nei confini di Calcinaia, in luogo detto “Intralpoggio”. Alla carta 358r, Baldassare è definito invece “rettore” della prioria di Lupeta.
17 Il Turini restò al servizio del Medici come datario anche dopo che era divenuto Leone X. Si veda in M. Cecchi e E. Coturri, Pescia e il suo territorio, Pistoia, 1961, pp. 148-149 e 322-329.
18 Può darsi che il Turini abbia potuto prevenire il disegno dei frati domenicani di Pisa, forse informatone da un frate Taddeo del fu Biagio da Pescia suo concittadino, che nel luglio del 1514 era sindaco e procuratore del convento di S.Caterina (ASF, N.A., 10554, c. 208v).
19 ASF, N.A., 10557, cc. 146rv, 1/1/1523, Ranieri del fu Pietro Urbani, canonico pisano e priore della prioria di S.Mamiliano di Lupeta e rettore delle chiese di S.Leonardo e S.Simone di Vico unite a detta prioria, concede a livello terreni di detta prioria. Ibidem, cc. 147rv, 2/1/1523, lo stesso Urbani concede terreno a livello per utilità e comodo di detta prioria, dopo aver dichiarato che “cum ad presens in dicta prioria nullus sit religiosus qui interesse poterit ... ”: nella prioria di S.Mamiliano non vi era alcun religioso! ...
20 ASP, Diplomatico Trovatelli, 1518 luglio 3.
21 Roberto Alberti, discendente da Giovanni di Alberto di Martino di ser Ghino da Campiglia, tutti cittadini pisani (ASP, Pia Casa Misericordia, 447), si era dichiarato devoto e fedele suddito della repubblica fiorentina (ASP, Diplomatico Pia Casa Misericordia, 1504 ottobre 1).
22 ASP, Diplomatico Pia Casa Misericordia, 1518 luglio 1.
23 ASP, Diplomatico Pia Casa Misericordia, 1492 marzo 20, Atti a quaderno. A questo documento ne segue un altro datato 1517 maggio 5 col quale Francesco Cibo, su richiesta di Ranieri Urbani, canonico pisano, familiare del cardinale Medici, procuratore di Roberto del fu Giovanni Alberti, legittima Camilla bastarda, figlia di detto Roberto e di Tita dei Ricci, fiorentina.
24 ASF, N.A., 8134, cc. 97rv, 18/10/1526, il canonico Ranieri Urbani, cubiculare del papa, come rettore della chiesa di S.Lorenzo in Chinzica, concede in locazione del terreno di detta chiesa.
25 Per Lorenzo Cecchi, pievano della chiesa di S.Maria di Pescia, si veda in Cecchi e Coturri, cit., pp. 148-149 e 222-231.
26 Un esemplare di tale bolla, con sigillo, è conservato nell’Archivio Capitolare di Pescia.
27 La bolla è conservata nell’Archivio Capitolare di Pescia. L’assenso dell’Urbani si legge sul tergo della bolla stessa.
28 ACPe, Delibere, 3. 
29 ACPe, Delibere, 1, cc. 11v-12r, 3/11/1529; ibidem, cc. 14rv, 5/11/1529
30 ACPe, “Lettere Sciolte”, il canonico Antonio Berrettari scrive ai suoi colleghi di Pescia, 18/1/1529.
31 ACPe, Delibere, 1, cc. 28r, 29r, 24/1/1532. 
32 ACPe, Delibere, 1, c. 30r, 10/3/1532. 
33 ACPe, Delibere, 1, cc. 44v-45r, 6/1/1533; ibidem, cc. 48v-49r, 16/5/1533. 
34 Per tutto questo si veda in ACPe, Delibere, 1, cc. 69r-73r, 22/7-4/9/1534 
35 ACPe, Delibere, 1, c. 81r, 23/12/1534.
36 ASF, N.A., 8140, cc. 33v-34v. Un disegno di beni Rosselmini nel luogo detto Casa Bianca è conservato in ASP, Archivio Upezzinghi, Deposito Rasponi, 575, Atti riguardanti l’eredità di Cosimo di Agostino Rosselmini, secoli XVII- XVIII.
37 ASF, N.A., 8140, cc. 275v-276v.
38 ACPe, Delibere, 1, cc. 81r-82r, 23/12/1534.
39 Per questa vicenda si veda in ACPe, Delibere, 1, cc. 83r-85v, 23/1-29/1/1535; si veda anche ibidem, fascicolo “Lettere di Baldassare Turini” dove è conservata una lettera da Roma del canonico Antonio Berrettari ai suoi colleghi pesciatini del 13/2/1537. Arcivescovo di Pisa era Onofrio Bartolini dei Medici (1519-1555) e vescovo di Rimini era Ascanio Parisani, in tale carica dal 1529 al 1549, anno della sua morte. Fatto cardinale nel 1539 sotto Paolo III, il Parisani ricoprì molte cariche tra le quali quella di tesoriere generale (1534) e di scrittore di lettere apostoliche “per obitum” (1536). Per il Parisani si veda in C. Eubel, Hierarchia Catholica Medii Aevi, vol. III, Monasterii 1910, pp. 29, 97, 131 e in F. Ughello, Italia Sacra, tomo II, Venezia 1717, p. 438 e tomo VI, Venezia 1720, pp. 453, 849
40 ACPe, Campione Beni, V. I, a. 1500, da c. 104v; ibidem, V. II, a. 1575-1675, da c. 175r. La planimetria del terreno dove si trova la chiesa è a c. 178v: “A San Iacopo a Lupeto una chiesa con case e casamenti, intorno a quella terra lavorativa, ulivata, ... ”.
Più tardi, i terreni di Vicopisano vennero organizzati essenzialmente in quattro poderi: di S.Lorenzo, dei Piaggioni, di S.Iacopo e il “nuovo poderino” lo Scasso delle Piastre. Alla fine del settecento, anche di questi poderi, con le case coloniche annesse, furono fatte accurate descrizioni accompagnate da planimetrie (ACPe, “Relazione delle stime dei beni che compongano la fattoria di S.Iacopo a Lupeta, posti nel popolo della pieve di Vicopisano vicariato di detto luogo, di proprietà dell’illuss.mo e reverss.mo Capitolo della cattedrale di Pescia” redatta dall’Ing. Francesco Sodi il 2 maggio 1798. A questa, in fascicolo separato, è da aggiungere “Nota e matrice di lettera Q”). In quello di S.Iacopo la chiesa veniva così descritta (ibidem, c. 14): “Vi esiste in primo luogo una stanzetta che resta sotto al campanile serve ad uso di cantina et esternamente un sottoscala, indi si salgano 4 scalini murati e s’entra in stanzina che è parte di detto antico campanile indi trovai altra stanza che serve a diversi usi, e di quivi si passa nella antica chiesa che ha il principale ingresso da tramontana chè lunga internamente braccia 43 e braccia 11 larga, coperta con tetto con 6 cavalletti, e finalmente altra stanzetta per uso di sagrestia. Tanto alla detta casa colonica, quanto alla detta chiesa e stanze annesse vi occorrono diversi pronti resarcimenti ...”. Della chiesa veniva fatto anche un piccolo disegno si veda allegato A (ibidem, c. 13). In una cartella intitolata “Dazaiolo di Lupeta”, è conservato lo “Stato dei beni livellari del rev.mo Capitolo della cattedrale di Pescia in comunità di Vicopisano, a forma dei contratti del vegliante catasto a tutto l’anno 1849”, con i nominativi dei conduttori.
41 Per tutto questo si veda in ACPe, Delibere, 1, c. 72v, 26/8/1534: il pievano di S.Giovanni alla Vena, prete Niccola, promette ai canonici di Pescia di officiare bene e diligentemente la chiesa di S.Mamiliano di Lupeta; cc. 93v-94r, 2/7/1535, lettera dei canonici a prete Niccola con la quale danno disposizioni per i bisogni spirituali e temporali della chiesa (riparazione della medesima e come doveva essere officiata); c. 107v, 5/11/1535, delibera per i paramenti sacri; cc. 98rv, 5/11/1535, lettera a prete Niccola per i lavori di riparazione della chiesa; c. 99v, 19/11/1535, lettera di credenza al pievano di S.Giovanni alla Vena per il maestro muratore che i canonici mandano alla chiesa di Lupeta; c. 124v, 16/11/1536, i canonici deliberano di impiegare per tre anni le entrate di Lupeta esclusivamente nei lavori di riparazione e nei paramenti sacri della chiesa; c. 128r e c. 132r, 12/5/1537, il pievano di S.Giovanni vende il grano di Lupeta; c. 157r, 7/12/1537, si commette al pievano di S.Giovanni alla Vena di affittare a ser Girolamo Lupi la casa del Capitolo a Vicopisano; c. 153r, 14/11/1539, il pievano di S.Giovanni alla Vena manda ai canonici il grano e biade di Lupeta.
42 ACPe, Delibere, 1, c. 150r, 11/6/1539, “le cose di Lupeta sono in disordine”; c. 164r, 18/8/1539, revoca dell’incarico al pievano di S.Giovanni alla Vena e incarico a Michele Battaglia; c. 166r, 10/10/1539, incarico a prete Domenico; ACPe, “Carte Antiche di Lupeta”, fede del vice pievano di Vico, prete Domenico, del 17/10/1539 che il pievano di S.Giovanni alla Vena non officiava da tempo la chiesa di Lupeta e l’altare di S.Lorenzo; ibidem, altra analoga fede del 19/8/1539 di maestro Lorenzo di Giuliano da Camerata, abitante in una casa contigua alla chiesa di Lupeta. Inoltre, maestro Lorenzo contestava al detto pievano il suo procedere circa le riscossioni del grano.
43 ACPe, Delibere, 1, c.156v, 22/7/1540.
44 ACPe, Delibere, 1, c. 105v, 3/9/1535; c. 107r, 1/10/1535; cc. 115v-116r, 18/8/1536. ACPe, Cartella “Lettere Sciolte”, lettera di Lorenzo Pagni ai canonici di Pescia, Firenze 19/7/1544.
ACPe, Delibere, 3, c. 10r, 8/8/1544. 
45 ACPe, Delibere, 1, cc. 114v-115r, 16/6/1536. 
46 ACPe, Delibere, 3, c. 38r, 5/5/1547; ibidem, 4, cc. 18v-19r, 21v, 19/3/1549.
47 AAP, Curia, Visite Pastorali, n. 5, a.1561-81, cc. 923rv, 29/10/1572, arcivescovo Giovanni Ricci.
48 ACPe, Vacchetta del Sacrestano Maggiore, L. 4, a.1562-1580. 18 aprile 1573: a Bartolomeo Galeotti arciprete lire 40 per il calice per Lupeto; a maestro Piero pittore da S.Quirico lire 7 per restaurazione della tavola che si è comprata per Lupeta dai preti da S.Stefano; a maestro Giovanni bastaio lire 2 per vettura del cavallo per andare il detto arciprete a Lupeta; a detto arciprete lire 16 per le spese per se, per il servitore a andare e stare e tornare da Lupeta; al detto lire 1.10 per far condurre la detta tavola per navicella da Altopascio a Lupeta; al detto lire 1 per aver fatto mettere sull’altare detta tavola. 1 luglio 1573: al magnano lire 1.6 per restaurare un paio di candelieri per Lupeta; a maestro Mariotto legnaiolo lire 1.6.8 per due predellini d’altare; al detto lire 4 per una croce e per il piede di detta croce; a maestro Piero pittore lire 5.10 per aver dipinto la croce, il piede, e due predellini; a Bartolomeo Galeotti arciprete lire 2.14 per nove pezzi di tavola per foderare la tavola dell’altare di Lupeta. Questi documenti mi sono stati cortesemente forniti da Barbara Scantamburlo di Lucca, che qui ringrazio sentitamente.
Nel gennaio 1562, i canonici avevano fatto fare a frate Pierino di S.Francesco un paliotto dipinto con un S.Lorenzo in mezzo per l’altare di detto santo situato nella pieve di Vico (ACPe, Vacchetta del Sacrestano Maggiore, L. 3, a.1555- 1562, 4/1/1562).
49 AAP, Curia, Visite Pastorali, n. 5 (inventario L. Carratori), a.1561-81, c. 1030r, 12/6/1575, arcivescovo Pietro Iacopo Borboni.
50 Si veda alla nota 14.
51 In quello del 12/5/1685, compilato dal pievano Mario Cioni, compare una “tavola dipinta in essa la figura della Beata Vergine con S.Giovanni Battista e S.Iacopo con suo cornicione intorno di legno per ornamento di detto altare con suo baldacchino di legno, in esso dipinto il nome di Gesù con molte stelle, con li sua drappelloni intorno di raso oscuro, et una tela turchina con il suo ferro per servire di coprire la tavola di predetto altare” (ACPe, “Carte Antiche di Lupeta”, 12/5/1685, con aggiunta del 7/7/1712, inventario approvato dal canonico Francesco Perelli di Calcinaia, che a quel tempo era il conduttore della chiesa e dei beni di Lupeta, si veda nota 53). In quello del 6/6/1800, stilato dal pievano Domenico Maria del Corso, figura invece “un quadro dipinto in tela, rappresentante la Vergine col Bambino Gesù e S.Giovanni Battista in atto baciarsi fra di loro ed un’altra figura rappresentante S.Iacopo. In detto quadro vi sono di guasto tre fori”. (ACPe, “Carte Antiche di Lupeta”, 6/6/1800). Attualmente quest’ultimo quadro si trova nella pieve di Vico e venne restaurato nel ... dal pittore ..., a cura di don Aldo Armani, allora pievano di Vico, che qui ringrazio per la notizia.
52 Si veda alla nota 48. In questo contesto, non posso fare a meno di ricordare quel lungo inventario di arredi sacri che il priore di S.Mamiliano redasse nel maggio del 1374 (AAP, Curia, Portate di chiese, benefizi etc., a. 1372-1519, X- B-8 - n. 1 inventario L. Carratori - cc. 222v-225r, 5/5/1374).
53 30/8/1558, il canonico Domenico Rosellini di Pescia ha condotto la chiesa di Lupeta con i suoi annessi e beni (ACPe, Delibere, 6, c. 31v); 11/1/1612, il Capitolo concede a livello al capitano Giulio Pavia i beni di Lupeta (ACPe, “Carte Antiche di Lupeta”. Si veda anche in ASF, Not.Mod., 7080, cc. 49v-51v, 11/11/1612: il capitolo di Pescia conferma al capitano Giulio Pavia, bargello di Pescia, il livello di tutte le terre poste nei comuni di Vico, Lupeta, Calcinaia e Cascina e in altri luoghi di pertinenza spettanti al Capitolo detto.); 12/12/1653, al Pavia subentra Silvestro Perelli di Calcinaia (ACPe, “Carte Antiche di Lupeta”. Si veda anche in Campione Beni V.III, c. 178v: si locano a livello senza però facoltà di affrancare a Francesco e Giovanni di Silvestro di Bartolomeo Perelli da Calcinaia, tutti i beni pioppati, gelsati, olivati, fruttati, selvati, boscati e di qualsiasi sorte in misura in tutto di staiora 853 e pertiche 14, con le case e edifici posti nel comune di Vico, come segue: un podere in poggio, luogo detto S.Iacopo con chiesa di S.Iacopo, e terreni nei luoghi detti alla Torre, alle Prata, nel Piano, al Guado, Caselle, Colle, al Rio o Brillatoio e in luogo detto S.Buona. Inoltre, al Perelli fu locata la casa posta nel castello di Vico nel luogo detto alla Torre dell’Oriolo. Si veda anche c. 178r, 8/7/1712, dove si rinnova il contratto agli eredi di detto Perelli. Inoltre, si veda in ASF, Not.Mod., 12510, cc. 124v-127r, 13/12/1653 e ibidem, 24202, c. 92r, 8/7/1712); 29/4/1775, con delibera del 2/12/1774 il Capitolo affitta a Giuseppe, Lorenzo e Giovanni di Domenico Benedetti di Vicopisano tre poderi attinenti all’abbazia di S.Iacopo di Lupeta “come qui descritti ... ”. Fra le clausole c’è quella dell’obbligo di mantenere la chiesa (ACPe, “Carte Antiche di Lupeta”. Si veda anche in “Scritte Private” a. 1561 - 1862, 24/5/1760 e delibera del 1/2/1760); 27/5/1780, al Benedetti subentra Santi Banti di Buti per i tre poderi . In questa locazione non era compreso “il nuovo podere denominato Scasso” (ACPe, “Scritte Private” a. 1561 - 1862); 11/6/1796, agente del Capitolo per i tre poderi (S.Iacopo, Piaggioni e S.Lorenzo) è il dr. Pietro del fu Domenico Paoletti (ACPe, “Scritte Private”, a. 1561 - 1862); 1/12/1818, in questa data i tre poderi erano condotti dai fratelli avv. Teodoro e dr. Cipriano Baroni e da Bartolomeo Magnani - al Magnani subentra Domenico Balducci, tutti di Vicopisano (ACPe, “Carte riguadanti i beni di Lupeta”).
54 AAP, Curia, Visite Pastorali, n. 17, 1681-87, 14/11/1682, arcivescovo Francesco Pannocchieschi dei conti d’Elci. Copia di detta visita è conservata in ACPe, “Carte Antiche di Lupeta”.
55 ACPe, “Carte Antiche di Lupeta”, 22/1/1787: “davanti gl’Illmi, e Revmi Sig.ri Canonici componenti il Capitolo della Cattedrale di Pescia, comparisce il sacerdote dottor Domenico Maria del Corso piovano di Vicopisano, e rappresenta, che il piovano pro tempore di detto luogo è obbligato celebrare messe cinquantadue l’anno a una la settimana nella chiesa di S.Iacopo in Lupeta di loro padronato per gli obblighi del loro Rmo Capitolo annessi, ed uniti in perpetuo a questa pieve, come è a loro notizia. Rappresenta esser pessima la strada, anzi i viottoli per andarvi, esservi nell’inverno da passare de’ Rii, e mancare di tutti i tempi, o difficilmente trovarsi, chi serva la messa, se a posta non si conduce qualcheduno dal castello. Rappresenta, che una tal messa di ogni settimana in giorno di lavoro non fa comodo nessuno a quella porzione di popolo, mentre si osserva, che non v’intervengono, se non che due, o tre persone, e molte volte neppure i contadini ivi appresso; e dall’altra parte quella chiesa seguita sempre ad avere il suo culto, per la festa, ed anniversario, che vi fanno per S.Iacopo il dì 25 e 27 di luglio. Per tanto il comparente fece, e fa alle signorie loro Illme, e Revme reverente istanza di accordare ogni opportuno, e lecito consenso, perché da Monsig.re Illmo e Rmo Arcivescovo di Pisa Ordinario del comparente siano le suddette messe, come sopra, trasportate all’altare di S.Lorenzo posto in detta pieve, parimente di loro padronato, e dove dal piovano pro tempore si soddisfanno altri legati del loro Rmo Capitolo; e del prestato consenso, quando lor piaccia di darlo, trasmetterne al comparente il riscontro legale, ed autentico. Che è quanto. Io prete Domenico Maria del Corso piovano di Vicopisano mano propria questo dì 22 gennaio 1787.”
Bisogna tener conto che in quegli anni il del Corso aveva probabilmente il suo bel d’affare a causa dei lavori che si stavano facendo per “sanare dall’acque l’antica pieve di Vicopisano” e per questo, forse, cercava di ridurre il suo lavoro. (ASP, Fiumi e Fossi, 1053, cc. 873r-882r, relazione della visita esterna e interna della pieve e delle adiacenze della medesima, pianta della pieve e preventivo spese, a. 1785. Per la pianta, si veda c. 876.)
56 Lapide ancora esistente, come mi informa monsignor Aldo Armani, per molti anni pievano di Vico.
57 ACPe, “Atti Affrancazione, Filza I”, 10/10/1867, Domenico del fu Francesco Balducci domiciliato a Vico affranca tutti i beni stabili che egli possiede nel comune di Vicopisano di dominio diretto del Capitolo di Pescia, che in questo atto è rappresentato dal canonico Felice Gialdini, consistenti in un podere con diverse case, situato nel popolo di Vicopisano, composto di vari appezzamenti di terra parte lavorativa, vitata, parte ulivata e parte boschiva e castagnata, compresavi la chiesa di S.Iacopo detta in Lupeta, esistente in detti beni ... . L’atto di affrancazione fu registrato a Pisa il 14/10/1867, Atti Privati, vol. 14, n. 3003. In questa filza, si trovano altre affrancazioni compreso il podere di S.Lorenzo (quest’ultimo nell’anno 1863). Ibidem, Delibere, 29, c. 181, 25/9/1867, il Capitolo delibera di affrancare a Domenico Balducci tutti i beni che teneva a livello, compreso il padronato spettante al Capitolo sulla chiesa ivi esistente. Il sacerdote Giuseppe Balducci dichiarava che nell’affrancazione già concordata, tra il Capitolo e il di lui padre Domenico Balducci, deve intendersi compreso il padronato spettante al Capitolo sulla chiesa ivi esistente. I canonici si dichiaravano sorpresi nel sentire chiedere una cosa della quale nelle trattative non si era parlato. Tuttavia, si dichiararono pronti a prendere in esame la richiesta e a voler sentire l’opinione dell’arcivescovo pisano, espressamente incaricato dalla Santa Sede di autorizzare l’affrancazione dei fondi al Balducci. Venne incaricato il canonico Felice Gialdini di recarsi a Pisa e riferire poi al Capitolo. La delibera ottenne nove voti favorevoli su nove, si veda anche la delibera del 1/10/1867. Ibidem, c. 191, 30/6/1868, a tenore dell’atto di cessione dello ius padronato della chiesa di Lupeta, stipulato il 10/10/1867 tra il Capitolo e Domenico Balducci, si deliberò di porre una iscrizione commemorativa di tale cessione della chiesa di Lupeta. Si deliberò di mandare una volta l’anno a Lupeta per la festa di S.Iacopo un canonico per dire messa. A c. 328 di queste stesse delibere (n. 29) è riportata l’iscrizione da porre nella chiesa. A c. 193, 2/3/1869, l’arcivescovo di Pisa ordina ai canonici di reinvestire le lire 4356 che il Balducci ha pagato al Capitolo per l’affrancazione dei beni di Lupeta e della chiesa di S.Iacopo.
58 Cabras, cit., p. 25 e Carratori Scolaro, cit., p. 265.
59 L. Carratori, Inventario dell’Archivio Arcivescovile di Pisa, vol. I (secoli VIII- XV), Biblioteca del Bollettino Storico Pisano, Collana Storica, 32, Pacini, Pisa, 1986, p. 111.
60 AAP, Mensa, Libri di Possessi, n. 1 (inventario L. Carratori) c. 132r, il pezzo di terra di numero VIII “est prope hospitale vetus” e confinava per un capo con una via, per l’altro capo con un lato “in suprascripta terra” e l’altro lato con la terra di Fazio del fu ... (?), “est scale X”. Il “soprascritto” pezzo di terra, se era a quello che ci si riferiva (pezzo di terra di n. VII, stessa carta 132r), era posto nei pressi del campanile della pieve di Vico. Comunque sia, poiché i pezzi di terra che precedono l’ottavo si trovavano tutti nella zona del Campo di S.Maria, così come quelli che immediatamente lo seguono, è assai probabile che anche l’ottavo si trovasse in quei paraggi.
61 Nel 1337 un pezzo di terra con un mulino ad acqua, nei confini di Vico, si trovava nel luogo detto “sopra lo Spidale”, e nel 1341 si ha notizia di un pezzo di terra posto nel Borgo di Mercato, nel luogo detto “a lo Spidale” (Carratori Scolaro, cit., p. 265). Secondo L. Carratori Scolaro, come già detto, era in questo luogo che doveva trovarsi l’ospedale di S.Maria. Però, come si vedrà dal testo e dai disegni, anche quello di S.Buona era posto sotto la zona dei mulini, dalla parte del Rio Maggiore, all’estremo limite dell’allora Borgo di Mercato.
62 Carratori Scolaro, cit., pp. 265-266. Per i primi due ospedali si veda anche Cabras, cit.
63 AAP, Atti Beneficiali, 2 (inventario L. Carratori) anno 1368-1487, cc. 11v- 12r, 15/10/1401.
64 ASF, N.A., 10751, 24/2/1404, testamento di Iacopo del fu Puccino da Lupeta, testimonio Nerio di Vanni “ospedaliere dell’ospedale di Vico”. Gli enti religiosi ricordati nel testamento sono: la chiesa di S.Francesco di Vico, dove Iacopo chiedeva di essere sepolto; la Certosa di Calci; la Compagnia dei Disciplinati di S.Buona di Vico; la chiesa di S.Mamiliano di Lupeta alla quale Iacopo lascia un pezzo di terra nei confini di Lupeta nel luogo detto Borgo; la chiesa di S.Simone. Al testamento segue l’inventario dei beni di Iacopo, testimone Ranieri del fu Bandino, priore della prioria di S.Mamiliano di Lupeta (26/2/1404). 17/3/1404, Nuovo di Nuccio, Nanni di Chelino da Vico, priori e amministratori della “Compagnia e Società dei Disciplinati di S.Buona di Vico”, e Piero di Dino, Giorgio di Bucarello, anch’essi di Vico, camerari o camarlinghi o massari di detta Compagnia, ricevono il legato di Iacopo. 24/3/1404, il venerabile e religioso uomo Ranieri del fu Bandino, priore della prioria di S.Mamiliano di Lupeta, a nome di detto priorato e chiesa, riceve il legato di Iacopo. Fu testimonio prete Giusto del fu Neri, rettore dell’“ospedale di S.Maria di Vico e di S.Leonardo di Vico”. 24/3/1404, prete Giusto del fu Neri, rettore della chiesa di S.Simone di Vico, riceve in detto nome il legato di Iacopo.
65 ASF, N.A., 10754, cc. 128v-130r, 26/2/1447, prete Giusto del fu Neri da Montecastello, come rettore della chiesa di S.Simone e S.Leonardo concede terreno in locazione; ibidem, 10755, c. 103r, 22/10/1413, prete Giusto del fu Neri di Cecco da Montecastello, rettore della chiesa di S.Leonardo e S.Simone di Vico, concede in locazione una propria casa, pervenutagli per eredità della madre Maddalena, posta nel Borgo Maggiore del castello di Vico e confinante con una casa della Certosa di Calci. Da notare che di questo personaggio si hanno notizie in documenti dal 1389 al 1447 (singolare longevità!).
66 AAP, Curia, Estimi ed Imposte, nn. 2 e 3, in Carratori Scolaro, Il Territorio del Piviere di Vicopisano, cit., p. 258.
67 ASF, Catasto, 196, cc. 88v-89r e cc. 656v-657r, rispettivamente. I possessi dell’ospedale di S.Maria consistevano in circa 75 staiora di terra posti nei confini di Vico, nei luoghi detti Maltraverso, Villa, Caprile, al Prato, Greppi, Colle di Cesano, Pietratenera e Corvaia; quelli di S.Bartolomeo consistevano invece in molti terreni e diverse case fuori e dentro il castello.
68 ASP, Fiumi e Fossi, 1565, c. 111r.
69 ASP, Fiumi e Fossi, 1565, a. 1430, c. 173v ad Arno; c. 178r a Reale. È forse un caso che in un testamento del 1348 si sia lasciato ad una “Compagnia della Disciplina di Vico” un pezzo di terra con casa posto nel castello, in porta Reale (Cabras, cit., p. 42).
70 ASP, Fiumi e Fossi, 1551, a. 1428, c. 853r, portata di ser Fino di ser Bartolomeo di ser Fino Boncetani: “un pezzo di terra posto in dello confine di Vico presso allo spidale di S.Buona di Vico, capo uno in via di Rio Maggiore, l’altro capo in terra fue di ser Vieri, lato uno a Frati Certosa, et è staiora tre, è allogata per quarre due di grano”.
71 Il disegno di cui all’allegato B, eseguito dall’Ing. Stefano Piazzini nel 1797, si trova assieme ad una relazione in ASP, Fiumi e Fossi, 1086, cc. 433-435. Entrambi furono fatti in occasione della richiesta di diversi possidenti di Vico per porre “in Deputazione il rio detto Maggiore che ricorre presso detto castello”.
72 ASF, N.A., 4267, cc. 197r-199r, 23/11/1464. Si trattava di un pezzo di terra con sopra una casa, chiostro, pozzo e con terra campestre, posto nei confini di Vico, confinante con la via del Piastrone, con beni di Iacopo di ser Tommaso da Campiglia, con la via pubblica che porta al colle Mezzano e con beni della pieve di Vico. Per il rio Piastrone si veda allegato C/3.
73 ASF, N.A., 4267, cc. 258rv, 29/1/1466. Si trattava di un pezzo di terra con capanna, portico, orto ed un casalino posto nel comune di Vico, nel luogo detto S.Buona, confinante con due vie e con beni di Gherardo di Ibo da Lavaiano.
74 ASF, Cinque Conservatori del contado e distretto fiorentino, 172, 13/2/1474, petizione di Iacopo di Giovanni da S.Donnino, abitante a Vico, procuratore di prete Pietro, rettore dell’ospedale di S.Buona di Vico, a causa di terreno usurpato a detto ospedale posto nei confini di Vico, presso lo stesso ospedale, confinante con due vie, con beni che furono di Ibo da Lavaiano e con beni di Cecco di Piero; ibidem, 174, cc. 182r-183r, 18/6/1476, Agostino di Simone da Calcinaia, abitante a Vico, si difende dicendo che aveva acquistato detto terreno da Gianni di Mainardo da Pontremoli.
75 ASF, N.A., 3095, ins. 4, 17/2/1484: prete Pietro del fu Giovanni di Domenico da S.Donnino, priore di S.Mamiliano di Lupeta e rettore delle chiese di S.Leonardo e S.Simone di Vico, litiga con Giovanni di Pietro di Mainardo da Pontremoli per un pezzo di terra con casa e chiostro, posto nei confini di Vico nel luogo detto “ a S.Buona”, i cui confini erano due vie pubbliche, gli eredi di ser Tommaso da Campiglia e beni della pieve di Vico “rio e mura mediante”.
76 AAP, Curia, Atti Civili, 3 (inventario L. Carratori), cc. 694r, 697rv, 712rv e 760rv, 9/3/1485.
77 AAP, Curia, Visite Pastorali, n. 3 (inventario L. Carratori), c. 629v, 27/9/1558, arcivescovo Scipione Rebiba.
78 Si veda nota 7; dalla visita pastorale risulta rettore dell’ospedale di S.Maria prete Pietro di Giovanni da San Donnino che è qualificato anche come rettore di S.Iacopo (e Mamiliano) di Lupeta e rettore delle chiese di S.Simone e di S.Leonardo nonché dell’altare di S.Lorenzo. L’unione di tutti questi incarichi con il priorato di S.Iacopo di Lupeta sembrerebbe perciò avvenuta tra il 1447 (ultima notizia del precedente rettore Giusto) e il 1463, anno della Visita.
79 Cfr. Cabras, cit., p. 72, la quale ritiene che nel secolo XIV si trovassero a Vico due ospedali, quello di S.Bartolomeo e quello di S.Maria. Cfr. anche Carratori Scolaro, cit., p. 266 che ipotizza che S.Buona potesse trattarsi di una nuova titolazione dell’ospedale di S.Maria.
80 Boncinelli, cit., p. 101: “fuori della porta a Pisa ed a quella di mezzo, ossia del castello, esisteva altro borgo denominato della pieve, in cima al quale, cioè sopra della canonica, esisteva la chiesa di S.Buona, ove è sempre la strada che porta un tal nome” Il Boncinelli nel 1885 chiese al Comune di Vicopisano un contributo per pubblicare “la sua storia documentata di Vico”. In cambio il Boncinelli donò al Comune il manoscritto del dottor Cipriano Baroni, notaio a Vico, da cui aveva attinto molte delle sue notizie. (ASP, Prefettura - inv. no 28, 471, delibera del consiglio comunale di Vico del 19/10/1885). Di questo dono il Boncinelli parla nella prefazione al suo libro. Del dottor Cipriano del fu dottor Anton Francesco Baroni si conservano nell’Archivio di Stato di Firenze dieci protocolli notarili degli anni 1818-1862 (Fondo Notarile Moderno - post 1861) contenenti tutti atti rogati a Vico. Al tempo della deviazione del Rio Maggiore dalla piazza Cavalca di Vico il Baroni era Primo Deputato del fosso Serezza e suoi influenti (Archivio Consorzio Serezza - Bonifica - Cascine di Buti, “Atti e Pratiche”, a. 1841-1862.
81 ACPe, Campione Beni, V.II, “conto delle terre che ha il reverendo Capitolo di S.Maria Maggiore di Pescia nel comune di Vicopisano, Calcinaia e Cascina intitolato S.Iacopo di Lupeta...”, c. 176v, di staiora 11 e pertiche 4, “conduce Giovanni di Pierino come per contratto rogato per ser Giovanni di ser Carlo da Vecchiano notaio pisano a di 6 di luglio 1520”. Non so se lo stile di questa data sia pisano o comune. Si veda anche c. 182r dove è riportata la planimetria del terreno riprodotta nell’allegato D.
82 ASF, Not.Mod., 24202, 8/7/1712, c. 92r e seguenti: un pezzo di terra nel comune di Vico, in luogo detto a Santa Buona, lavorativa, gelsata e fruttata, con chiesa rovinata di staiora 14 e panora 46.
83 ACPe, “Relazione delle stime dei beni che compongano la fattoria di S.Iacopo a Lupeta, posti nel popolo della pieve di Vicopisano, vicariato di detto luogo, di proprietà dell’ill.mo e rev.mo Capitolo della cattedrale di Pescia”, p. 16, pezzo di terra no IX con pianta del terreno i cui confini erano: a mezzogiorno strada che va alle Case, a levante stradella che va a Rio di Valletta, a tramontana Rio di Valletta, a ponente Silvatici. Si veda anche ibidem, “Nota e Matrice di lettera Q”, p. 19, pezzo di terra di no IX.
84 S.Buona (o Bona), nata a Pisa nel quartiere di S.Martino in Kinsica intorno al 1156, morì nel 1207 e venne sepolta nella chiesa di S.Martino dove tuttora si conservano i suoi resti. Giovinetta, si recò in Terra Santa dove vi rimase a lungo; compì numerosi pelegrinaggi in Italia e in Spagna; fondò l’ospizio- monastero di S.Iacopo al Poggio, vicino a Pisa, dedicandosi all’assistenza dei poveri e dei pellegrini. Festeggiata a Pisa il 29 maggio, anniversario della sua morte, fu proclamata patrona delle assistenti di viaggio italiane da Giovanni XXIII il 2 marzo 1962 (si veda G. Zaccagnini, Schede Agiografiche, in Opera della Primaziale Pisana - Devozione e Culto dei Santi a Pisa nell’iconografia a stampa, Pontedera, 1997, Quaderno no 7, 2a parte, pp. 60 e 61). Per una più ampia conoscenza di questa santa, rimando a O. Banti, “Santa Bona: un tipo di donna e uno stile di vita proposti come modello dalla agiografia pisana tra XII e XIII secolo” in I Quaderni del Comune di Pisa, Pisa 1987 e F. Panarelli, “Culto di santi e culto dei luoghi: il caso di S.Bona da Pisa e il monastero di S.Jacopo de Podio”, in Pisa e la Toscana occidentale nel Medioevo, 2, (A Cinzio Violante nei suoi 70 anni), Piccola Biblioteca Gisem 2, ETS Editrice, Pisa 1991, pp. 151-180.
Colgo l’occasione per segnalare alcuni documenti inediti in cui è richiamata S.Buona:
ASP, Opera del Duomo, 33, c. 162v, 31/7/1365, un pezzo di terra con casa in cappella di S.Maria Maggiore confinava con un chiasso “vocato classo Sancte Buone”; ibidem, 34, c. 489r, 20/12/1378, una casa dove dimorava la “regola della disciplina di Santa Buona” era posta in cappella di S.Lorenzo in Pellicceria; ibidem, 37, cc. 222v-223v, 5/8/1401, l’Opera del Duomo riceve in dono un pezzo di terra con una casa sotto il cui portico di legname era stato costruito l’altare “Beate Bone Verginis”, posto nella via di S.Maria Maggiore confinante con un lato con la via di S.Buona. ASF, Catasto, 183 (parte II), a. 1428, c. 752r, “Beni che la casa de Murci di Pisa ae dato per sussidio di alcune povere donne spagnole capitano a Pisa a riverenza di S.Buona”. Si trattava di un pezzo di terra con una casa a quattro archi e tre solai, con sei letti per “ricettare” donne spagnole, posto a Pisa in cappella di S.Sepolcro, confinante per un capo con l’Arno via mediante, con l’altro capo con terra ed orto di Gherardo Cinquini, e con due lati con chiassi pubblici. Si veda anche ibidem, Catasto 196, a. 1427, cc. 285rv, dove si trova una analoga descrizione. ASF, N.A., 9449, 27/9/1450, atto riguardante una reliquia di S.Buona contenuta in un tabernacolo di argento posto nella chiesa di S.Martino in Kinsica.
85 ASP, Opera del Duomo, 1299, Possessi e Ricordi di Gherardo di Piero del Canfara, a. 1454-70, c. 8. Per questo luogo detto “a lo Spidale” si veda anche nota 61. 86 ASP, Fiumi e Fossi, 1584, a. 1491, c. 35r.
87 ASP, Fiumi e Fossi, 2257, a. 1556, c. 215r, portata di Agostino e Mariotto calzolai di Vico.
88 ASP, Fiumi e Fossi, 2257, a. 1556, c. 253v: Matteo, Piero, Bartolomeo e Costantino di Arrigo da Vico denunciano un pezzo di terra livellaria anticamente dall’Opera del Duomo posta nei confini di Vico nel luogo detto alla Concia, i cui confini erano i beni di Gabriello Primi, la strada di S.Buona, il Rio Maggiore, la strada detta la Viaccia e beni di Agostino e Mariotto.
89 ASP, Opera del Duomo, 581, a. 1567-74, cc. 74 e 451. 90 ASP, Opera del Duomo, 49, atto 51, cc. 50r e seguenti, 14/5/1571.
91 ASP, Archivio Upezzinghi, Deposito Rasponi (inventario 95), 575, Atti riguardanti l’eredità di Cosimo di Agostino Rosselmini, secoli XVII-XVIII, dove sono conservati i disegni e le piante di cui agli allegati C-C/3 qui di seguito descritti:
allegato C, pianta di beni Rosselmini a Vico, in parte livellari dell’Opera del Duomo;
allegato C/1, il terreno segnato di lettera A è così descritto – “una presa di terra lavorativa parte ulivata, parte prodata di viti, con casa da lavoratore, aia, colombaia et altre sue pertinenze livellaria della venerabile Opera del Duomo; confina a primo via di S.Buona, secondo via, o viaccia, e parte noi medesimi con il pezzo colorito di verde segnato di lettera B qui sotto descritto; a terzo Rio Maggiore, a quarto noi medesimi con il segnato di lettera C”. il terreno segnato di lettera B: “un pezzo di terra ... luogo detto le Conce confina primo via di S.Buona, secondo via, o viaccia, terzo e quarto noi medesimi con il livello della venerabile Opera del Duomo”. il terreno segnato di lettera C: “un pezzo di terra lavorativa ... confina a primo via di S.Buona ... , a terzo Rio Maggiore, quarto noi medesimi con il livello della venerabile Opera del Duomo segnato A, colorito di giallo”. il terreno segnato di lettera D: “un pezzo di terra lavorativa parte, e parte con i bozzi per la diacciaia ... sul quale è la diacciaia murata, confina a primo Rio del Piastrone, a secondo il Pansanini livellare dei reverendi padri di Certosa, terza via di S.Buona, quarto li signori canonici di Pescia”. il terreno segnato di lettera E: “un pezzo di terra divisa in due pezzi da Rio della Tinta ..., confina a primo una via dismessa, a secondo signor Antonio del Buono, livellare della venerabile Opera di S.Francesco, terzo vi di S.Buona, quarto a tramontana parte il Pansanini livellare delli padri della Certosa ...” il terreno segnato di lettera F: “un pezzo di terra ... nel luogo detto di là dal Rio Maggiore ...”.
Allegato C/2: particolare dell’allegato C/1 confinante col Rio Maggiore. Allegato C/3: particolare dell’allegato C/1 confinante con il Rio del Piastrone.
Si veda anche ASP, Gabella Contratti, 568, atto n. 125, stima di una donazione tra Rosselmini, 8/6/1765. Negli allegati C e C/2 sembra di identificare la casa con scala esterna ivi disegnata con parte di quella attualmente posta in Corte Rustichello di no civico 9-10, segnalatami da mons. Aldo Armani.
Nel 1792, Giuseppe e fratelli del fu Gherardo Silvatici subentrarono ai Rosselmini come livellari dell’Opera del Duomo (ASP, Opera del Duomo, 61, cc. 58v-61v, 17/11/1792) e in quell’anno la descrizione dei beni era la seguente: un pezzo di terra lavorativa pioppata e vitata con casa da lavoratore composto di tre stanze terrene e quattro a palco, con colombaia sopra la sala e forno sotto il ripiano della scala, orto, aia posto nel comune di Vico, luogo detto le Conce di staiora 18 i cui moderni confini sono a levante beni Silvatici via S.Buona mediante; a tramontana parte beni del Capitolo di Pescia e parte beni Silvatici; a mezzogiorno Rio Maggiore.
92 Allegato C/4 (ASP, Fiumi e Fossi, 955, atto 7, 28/8/1784): “Pianta che dimostra le differenze di strade, infra l’illustrissimo signor Gherardo Silvatici, e Francesco Baroni ed altri interessati, le quali passano per il podere di detto signor Silvatici posto in Comune di Vico Pisano luogo detto le Conce e Colle Martini colorito in pianta di verde ...
A.B.C.D.E.F. strada Verrucana che viene dalla pieve verso A e va in monte a Verruca verso F.
E.G.H.I. strada che si dirama dalla suddetta e va in monte verso I alle case di no 1.2.3.4. ove abitano sei famiglie.
B.L.M.G. via che si dirama da quella Verrucana nel punto B, passa per mezzo ai beni ulivati di detto signor Silvatici e va a sboccare nella strada suddetta al punto G. per la quale si va alle case di no 1.2.3.4. verso I.
L.O.P.Q.R. strada che si dirama dalla suddetta nel punto L. e va ai mulini verso R.
O.N. strada che si dirama dalla suddetta e va al Rio Maggiore. A.S. via detta di Santa Buona che conduce al Rio Maggiore.”
93 Come si vede nel “cartoncino” di cui all’allegato F, in questa deviazione venne occupata una frazione delle particelle 351 e 352, cioè quel terreno indicato con i numeri particellari 832-835 compresi nel tratteggiato. La 351 apparteneva ad Angelo Magnani, come livellare del Capitolo di Pescia (si veda nota 53, e testo corrispondente), e la 352 a Gherardo e fratelli Silvatici il cui
padre, Giuseppe, nel 1792 era subentrato ai Rosselmini in quel terreno come
livellare dell’Opera del Duomo (si veda nota 91, ultimo paragrafo).
Per questa deviazione si veda in ACV, Affari Discussi, 56, a. 1853, 31/10/1853: istanza della comunità di Vico alla Deputazione del fosso Serezza e suoi influenti del 9/4/1853 per spostare il canale del Rio Maggiore dalla piazza di Vico “più sotto il monte nel terreno di Gherardo Silvatici” (e per l’allargamento della piazza di Vico); si veda anche ibidem, 57, a. 1854, 16/8/1854, nuova inalveazione del Rio Maggiore; ibidem, Copia Editti e Intimazioni, 73, a. 1848-66, 6/5/1853: come da delibera comunale del 7/10/1852 e da relazione dell’ingegnere comunale, Francesco Batoni, si mette all’incanto l’accollo di diversi lavori tra cui la rettifica di un tratto del Rio Maggiore (si tratta anche dei lavori per allargare la piazza di Vico e per abbattere alcuni edifici ivi posti).
Nel giugno del 1855 alcuni possidenti di Vico protestarono perché “in occasione della deviazione del Rio Maggiore”, la Deputazione della Serezza aveva “tagliato l’antica strada Verrucana che porta a diversi edifizi idraulici” e chiedevano il restauro della strada resa impraticabile (ACV, Affari Discussi, 58, a. 1855, 26/6/1855). ACV, Copia Lettere, 71, a. 1853-65, 19/7/1864: si chiede la voltura di svariate particelle a favore della Deputazione della Fossa Serezza delle frazioni dei terreni da lei acquistati per la nuova incanalazione del Rio Maggiore, Catasto Leopoldino, Vicopisano, Sezione F, particelle nn. 223-226, 228, 341, 350-352; ASF, Not.Mod., post 1861, n. 192, protocollo di ser Cipriano Baroni, cc. 169r, 180r, 190r, atti di vendita di terreni alla Deputazione Serezza.
94 ASP, Catasto Leopoldino, Vicopisano, Sezione F foglio 3 e Sezione G (allegato G).
 
Questo testo è stato trovato in rete, non mi è stato possibile risalire alla fonte e citarla.