La nostra attività in paese era divenuta oltremodo rischiosa. Un bando avvertiva gli uomini, dai 16 ai 50 anni, a non farsi trovare in giro dopo il 2 agosto in quanto potevano essere sospettati di essere partigiani. Una soffiata ci fece sapere che in specie i giovani del Colle erano nel mirino dei tedeschi. Si tenne una riunione e fu giudicato opportuno che i dieci più giovani si aggregassero alla Formazione partigiana, Nevilio Casarosa, di stanza sul monte Faeta. Con Federigo Sandroni, Simonetti, Pallini, Corti ed altri partimmo, equipaggiati alla meno peggio, e giunti in Campo di Croce, dopo essere sfuggiti per miracolo ad una pattuglia tedesca che si stava dirigendo verso Vorno, incontrammo tre staffette le quali ci comunicarono che, essendo stato individuato il campo, questo si trasferiva al Pruno. A turno era necessario venire in paese per le provviste e nella notte del 9 agosto l'incombenza toccò a me ed al Sandroni. All'alba del mattino seguente non potemmo risalire a causa di un violento temporale che si era scatenato nella zona. Un reparto tedesco, approfittando della circostanza, attaccò il campo con un nutrito fuoco di mitragliatrici e le due sentinelle, i russi Ighenard e Mugic, che erano riusciti a fuggire dalla prigionia, rimasero uccise mentre tentavano di asciugare i vestiti. Il sito era stato scoperto ed allora la formazione si divise in piccoli gruppi, sparpagliati per i monti, ma noi decidemmo di tornare al Colle. Di giorno facevamo la spola tra il Colle ed il Seminario mentre la notte andavamo a dormire in monte, cambiando sempre località, quando in qualche capanna verso le Scassate oppure dal contadino vicino alla Chiesa di S. Bernardo. Nella chiostra di Sotto i Lecci al Ponte dei Morti, dove abitavo, il grande portone veniva tenuto chiuso con l'intesa che, ove ci fossero stati dei tedeschi nei paraggi, le donne avrebbero dato l'allarme per consentire agli uomini di fuggire dal vallino retrostante. Tra i tanti sfollati vi era una famiglia di livornesi, che tutti i giorni, nonostante il pericolo, si recava a Livorno per tornare alla sera carica di provviste da vendere al mercato nero, da tutti sospettata di essere d'accordo con i fascisti. Un giorno verso l'una, quando eravamo a tavola per mangiare qualcosa, la donna di Livorno dette l'avvertimento convenuto: ci sono i tedeschi. Gli uomini scapparono, ma al di la del vallino c'erano davvero i tedeschi ad aspettare, con tanto di mitra spianato, che fecero una retata ed io mi salvai per una singolare circostanza. Mentre fuggivo mi ricordai di aver lasciato sulla tavola una mela e tornai indietro per prenderla. Ritornando verso il vallino una voce mi urlò di fermarmi, era Mario Del Punta, meglio conosciuto come "Trueba" e mi nascosi con lui in una canneto. Posso affermare che in quel caso più che la paura poté la fame. Alla sera il marito della "livornese" era già a casa mentre tutti gli altri furono deportati e tornarono a guerra finita. Tra questi cito due lontani parenti di mia madre, Picciotti e Bruno Baldacci, a quei tempi molto conosciuti essendo i proprietari, a Pisa in Corso Italia, del ristorante Rosticceria Fiorentina. La gente era alla fame e molti, a rischio della vita, facevano delle incursioni nel piano di Pisa alla ricerca di qualcosa che fosse rimasto nei campi abbandonati. Per alcuni fu l'ultimo viaggio e tra questi ricordo Menotti Andreoni, rimasto vittima delle cannonate il 21 di agosto. Poiché tardava a tornare e la famiglia si preoccupava, unitamente al figlio Mario, a Federigo e Silvano andammo a cercarlo. Lo trovammo quando gli ospiti dell'Ospizio di Mezzana lo stavano seppellendo. Caricammo la salma su di un barroccio trovato sull'aia del contadino e, sotto il sole agostano che imperversava, lo trascinammo fino a S. Andrea. Anche l'ospedale del Seminario ormai mancava di tutto. Le vacche erano state tutte macellate ed allora la Signora Virginia Fogli Pascetti ci scrisse un biglietto per "Bandella", suo mezzadro in Santo Pietro, affinché ci consegnasse alcune pecore, Siccome lui non sapeva leggere, sfidando le cannonate, andò personalmente a farsi dare l'autorizzazione. Dopo una lunga attesa tornammo portando ciascuno una pecora sulle spalle. Gastone Scarpellini, il capo fabbrica del biscottificio Passeri, ci chiamò e ci consegnò diverse provviste che i Biscioni, andati al nord, avevano occultato nello scantinato della fabbrica. In particolare zucchero, contenuto in sacchi di iuta che, a causa dell'umidità dell'ambiente, appena si toccavano si rompevano. Ne recuperammo una grossa quantità che ci consentì di distribuirne anche una razione agli sfollati. Gli americani tardavano a venire, rispettosi dello slogan "per fare un uomo ci vogliono venti anni, per  costruire un cannone basta mezz'ora", evidentemente preoccupati soltanto di risparmiare la vita dei loro soldati e non quella degli altri. Si giunse così alla notte del 30 agosto quando i tedeschi in ritirata fecero saltare i ponti, un piccolo mulino a macine ed un frantoio nei pressi del Ponte dei Morti. Inspiegabilmente si salvarono i grandi mulini a cilindri di Castelmaggiore. Era il segno premonitore ed il 31, verso il mezzogiorno, gli aerei americani compirono un ultimo, massiccio attacco aereo mentre centinaia di persone corse in Chiesa terrorizzate, recuperarono la calma e la fiducia grazie all'intervento del Proposto Italo Morgantì che, forte del Suo carisma, invitò tutti alta preghiera. Finalmente il primo di settembre il grande evento della liberazione. Le campane cominciarono a suonare, la gente si riversò festante per le strade attorno ai carri armati che giungevano dai Madonnoni di Certosa, con scene di gioia, pianto, abbracci ed applausi ai liberatori, bianchi o di colore. Nessuno si sentì razzista ed alcuno sarebbe capace di descrivere il tripudio di quel giorno se non ha avuto la ventura di viverlo. Un incubo era finito e la vita avrebbe potuto ricominciare. Il giorno seguente, ad iniziativa del Comitato di Liberazione, venne insediata la Giunta comunale composta da: Sindaco Palmiro Filidei del PCI, Vice Sindaco Mario Ermolao Martini della DC, mentre Assessori furono nominati: Arrigo Malanima (DC), Lidio Del Ry (PCI), Arduinio Menichini (PS), Ovidio Pascelli e Leopoldo Cepparello (indipendenti) ed il 4 settembre venne insediato il Governatore Militare, il Capitano inglese Albert K. Jefferson. “... il quale, come primo provvedimento, concesse un finanziamento straordinario di 600.000 Lire che consentirono agli amministratori di porre mano alle più urgenti opere di riparazione dei gravi danni subiti dal paese, iniziando dall’indispensabile ripristino dell’acquedotto del Castagno. ...”
L'Amministrazione comunale fu dotata di un fondo finanziario, indispensabile per l'inizio della ricostruzione in primo luogo dei ponti, mentre, nei locali della Filanda Ruschi, si installò un magazzino di derrate alimentari al quale venne addetto Tommasino Tozzini. L'impellente problema della fame era così risolto. Il 2 settembre anche Pisa venne liberata e l'Avv. Mario Gattai, Commissario Comunale per designazione dell'Arcivescovo, cessò le proprie funzioni per lasciar posto alla Giunta del CLN. In tale giorno Arrigo Malanima e Luigi Manetti si recarono in Città, allo scopo di mettersi in contatto con il Prof. Toniolo ma, sfortunatamente, una delle ultime pattuglie tedesche in località Le Prata ferì il Manetti che dopo diversi giorni di ricovero morì. Fu una delle ultime vittime calcesane di quel tremendo periodo.

La guerra però non era finita, le Armate alleate ripresero l'avanzata verso il nord incontrando una tenace resistenza, sopratutto ad opera dei tedeschi , che si attestarono sulla Linea Gotica. Le formazioni partigiane rifornite dagli americani, che paracadutavano armi e viveri al di la del fronte, sotto il Comando del Comitato di Liberazione dell'Alta Italia, erano divenute un vero e proprio esercito. Si era ormai alla guerra civile, tra partigiani da una parte e fascisti dall'altra, senza esclusione di colpi. Ad ogni attacco si rispondeva con una rappresaglia e le SS tedesche ne prendevano motivo per effettuare le loro, sempre più feroci in relazione allo sfavorevole andamento delle vicende militari. La strage di Marzabotto ordinata da Reder rimane una delle più tragiche. La Repubblica Sociale, di fatto ignorata dalla Germania, senza seguito nelle popolazioni, e con le sorti della guerra che andavano sempre peggio per l'Asse Roma-Berlino-Tokio, era in uno stato di prostrazione. Parigi era caduta, la Romania la Bulgaria e la Finlandia si erano arrese e la Germania era costretta, cosa fino a quel momento non prevista, a difendere il proprio territorio. Mussolini, che non aveva più parlato in pubblico,nel tentativo di rinvigorire nei suoi fiducia e speranze, nel dicembre tenne un discorso al Lirico di Milano. Parlò dell'ora "del bagnasciuga", cioè quella della vittoria finale che non sarebbe mancata grazie all'arma segreta della Germania. Si sostiene che le sperimentazioni per realizzare la bomba atomica, fossero ad uno stadio molto avanzato. Un ondata di scioperi investì le fabbriche del nord, rallentando la produzione, e mettendo ancor più in crisi la già traballante economia dello Stato repubblichino. A questo si aggiunga che le stesse forze regolari di ordine, Carabinieri e Guardia di Finanza, non rispondevano più alle disposizioni emanate dai rispettivi Ministeri per cui fu inevitabile, da parte della Wehrmacht e dell'esercito di Salò, prendere atto che il CLN controllava vaste zone dell'alta Italia. Vi furono anche incontri tra le due parti, con scambio di prigionieri, riconoscendo automaticamente, una legittimazione politica alle formazioni partigiane. Tra queste anche le Brigate Democristiane, Comandate da Enrico Mattei che tenne la relazione al Primo Congresso della D.C. sull'apporto dei cattolici alla guerra di liberazione. Il 10 aprile venne sfondata la Linea Gotica, il 21 venne liberata Bologna, Io stesso giorno gli americani, affiancati da reparti regolari dell'Esercito italiano, varcarono il Po a S. Benedetto mentre l'insurrezione portò alla occupazione di Genova. I rovesci militari rendevano la situazione insostenibile ed allora Mussolini decise di lasciare il Lago di Garda, giudicato fin dal suo insediamento a Villa Gargnano "funebre e ostile", per trasferirsi a Milano e dopo in Valtellina, onde tentare l'ultima strenua difesa. La mattina del 25 aprile 1945 era in Prefettura quando un Sacerdote, addetto a tenere i collegamenti tra l'Arcivescovado ed il Prefetto, giunse per annunciare che il CLN aveva proclamato l'insurrezione. Segui un incontro in Arcivescovado, presenti anche i rappresentanti del CLIM, per trovare una formula di compromesso in attesa che giungessero in città gli Alleati. E' in questa occasione che il Duce venne a conoscenza che i tedeschi, a sua insaputa, avevano già firmato la resa a conclusione di trattative segrete svoltesi in Svizzera, tramite il Cardinale Schuster, tra il Generale Wolf e quello  americano Dulles. Mussolini si alzò di scatto dicendo "Ci hanno trattato sempre come servi... Questo è un altro 25 luglio" minacciando di denunciare alla radio la slealtà tedesca. Uscendo dall'Arcivescovado il Cardinale lo esortò con questo dire "Pentitevi dei Vostri peccati". Anche Lui l’aveva abbandonato ed al rientro in Prefettura ordinò di partire per Como. Si racconta che quella del 25 fu una delle notti più drammatiche vissute dai vertici della Repubblica Sociale. Uomini prima potenti ed osannati, avviliti e stanchi incapaci di assumere decisioni sul da farsi, abbandonati anche da coloro che erano stati giudicati fedelissimi, con un Capo ridotto ad uno spettro che avvertiva, più di ogni altro, la ineluttabilità della fine dei sogni di grandezza che aveva spavaldamente accarezzato. Ministri, gerarchi e gregari tra i quali Graziani, Bombacci, Bonomi, Mezzasoma, Vittorio e Vito Mussolini, bivaccavano nei saloni cercando di prendere sonno. Il Duce prese un foglio di carta e scrisse alla moglie Rachele dicendo tra l'altro "Forse noi due non ci rivedremo più perciò ti scrivo e ti mando questa lettera. Ti chiedo perdono di tutto il male che involontariamente ti ho fatto. Ma tu sai che sei stata per me runica donna che ho veramente amato" invitandola a raggiungere con i ragazzi la frontiera svizzera. Quando al mattino gli altri si svegliarono non c'era più. Se ne era andato con pochi fedelissimi verso Menaggio. Nelle primissime ore del mattino del giorno 27 giunse in tale località una autocolonna di soldati tedeschi ed il gruppo dei Gerarchi, che nel frattempo si era ancor più assottigliato, decise di aggregarsi ad essa con il miraggio di raggiungere la Valtellina. Fatti pochi chilometri i partigiani fermarono il convoglio, arrestarono Gerarchi e Ministri fascisti, consentendo al solo Mussolini di proseguire, A Dongo gli autocarri furono di nuovo perquisiti e su uno di questi venne individuato it Duce, con in dosso un cappotto tedesco. Anche lui venne catturato, senza colpo ferire tra l'indifferenza dei tedeschi, e trasferito in Municipio per essere riunito al gruppo di quelli arrestati precedentemente ed a Claretta Petacci. Da Milano giunse l'ordine e la mattina del 28 furono fucilati, prima Mussolini e la Petacci e successivamente, Barracu, Bombacci, Romano, Liverani, Gatti, Mezzasoma, Daquanno, Nuti, Marcelle Petacci, Porta e Zerbino. I loro corpi trasportati a Milano vennero esposti a Piazzale Loreto, ripetendosi così il deprecabile ed inumano "rito" instaurato, da tutte le parti in lotta durante uno dei più tragici periodi della nostra storia. I tedeschi, dopo la resa, se ne erano andati, il Fascismo era sconfitto, l'Italia si era riunificata e la Resistenza, pur con le sue luci e ed ombre, aveva giocato un significativo ruolo onde creare le premesse per la costituzione di un paese libero e democratico. La Germania e l'Italia si erano arrese e soltanto il Giappone continuò a combattere fin quando, il 6 agosto 1945, gli americani sganciarono su Hiroscima la prima bomba atomica, i cui tragici effetti si scontano ancora oggi.

Dopo la Liberazione forze politiche di diversa estrazione ideologica, culturale e religiosa, ispirandosi ai valori che animarono la Resistenza e nella memoria di quanti sacrificarono la loro vita per un ideale di pace, libertà e giustizia, seppero unirsi e superare contrapposizioni di parte, per dare al paese una Carta Costituzionale i cui principi ispiratori mantengono intatta  tutta la validità. De Gasperi, parlando alla Conferenza di Pace a Parigi esordi dicendo "So che prendendo la parola in questo contesto tutto è contro di me salvo la vostra personale cortesia" e dopo avere rivendicato che l'Italia era tributaria di sangue e di sofferenze nella Resistenza al nazifascismo concluse "Come italiano non vi chiedo nessuna concessione: vi chiedo solo dì inquadrare la nostra pace nella pace che ansiosamente attendono gli uomini e le donne di ogni paese, che nella guerra hanno sofferto e combattuto per una meta ideale... guardate a quella meta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla" In tale occasione pose anche l'esigenza di realizzare l'Europa dei popoli. Un silenzio glaciale accolse la fine del discorso e l'Italia pagava, anche così, gli errori del fascismo e della monarchia. Soltanto il Segretario di Stato americano Byrnes tese la mano a De Gasperi, che perorava la causa del suo popolo, avendone titolo per non avere mai ceduto alla dittatura. All'indomani un giornale francese scrisse che - non aveva parlato un accusato ma un avvocato reclamante giustizia-

Da mesi gli eserciti alleati erano attestati al di la dell'Arno; l'undici agosto il Comitato di Liberazione Toscano aveva proclamato l'insurrezione di Firenze, ma anche a Calci ci furono i segni premonitori, che la liberazione era ormai vicina. Si erano avuti nella notte del 30 agosto quando i tedeschi, prima di ritirarsi verso la lucchesia  attraverso il valico di Campo di Croce, avevano minato e fatto saltare tutti i ponti sulla Zambra, da quello di Caprona a quello di Valente verso Tre Colli, senza risparmiare neppure il caratteristico Ponte Vecchio. ... Rimase in piedi solo lo storico Ponte dei Morti. La stessa sera avevano anche prelevato, con una camionetta, due donne della Pieve affinché li accompagnassero ai mulini di Castelmaggiore che dovevano essere ugualmente minati. Resta un mistero, ma i mulini industriali rimasero salvi, mentre vennero rasi al suolo un piccolo mulino a macine ed un frantoio nei pressi del Ponte dei Morti. In merito a questo episodio azzardo l'ipotesi che i mulini fossero stati risparmiati, per rispetto di una comproprietaria di quello Meucci, moglie del cittadino tedesco Luigi Wenmberger, da decenni residente in Italia, stimato ed apprezzato da tutta la popolazione. Era destino che i mulini rimanessero intatti. Infatti, non riuscì neppure a distruggerli il bombardamento aereo americano che, il 29 giugno subì Castelmaggiore. Ne rimasero, invece, vittime Pellegro Gargini, Luigi e Dina Rossi, Anna Guidotti, Marianna Ginesi e numerosi sfollati, mentre molti furono i feriti tra i quali Giulio Wenmberger e Marino Consani. Con il gruppo del Colle (si affiancò anche mio padre) corremmo sul posto dove era già presente il parroco Don Mario Batini. Scavando quasi con le sole mani, prima nel Borghetto e dopo negli ulivi sopra al cimitero, riuscimmo ad estrarre dalle macerie morti e feriti. Non esistono parole per descrivere l'angoscia, l'ansia e l'incertezza dei giorni precedenti la liberazione. Ci ha provato a raccontarlo Mario Ermolao Martini, uno dei protagonisti in positivo di quel triste periodo, che nella sua - Storia di Calci - scrive: " si cercava di interpretare i fatti del giorno avanti, come segni premonitori. il 31 agosto infatti, verso mezzogiorno, cento o più bombardieri, in due ondate successive, ci avevano terrorizzato con il loro ansimante, sinistro rombo. Ci bombardano! Eravamo in Propositura. La chiesa rigurgitava di gente urlante, impazzita, Con la potenza di un tuono, la voce del Proposto Morganti invitò ripetutamente alla calma e perentoriamente ordinò: tutti qui con me. S'inginocchiò davanti all'altare maggiore e con le broccia protese verso il Crocifìsso, prese ad urlare, scandendo le parole - Padre nostro - che sei nei cieli - sia santificato il Tuo Nome... - D'un colpo alle grida disperate della folla, seguì rassegnato il vocio orante, rotto dal pianto dei bambini e sovrastato dal rombo terrorizzante degli aerei. Fu quella la più drammatica, angosciata ed angosciante preghiera che mai ci potrà capitare di ascoltare".

... La Giunta tramite il personale del Comune ne organizzò una equa distribuzione, sia pure mediante la tristemente nota "tessera del pane" già in vigore dall'inizio della guerra. Per dovere di cronaca non si può ignorare che il paese venne "invaso" da centinaia di militari, di ogni razza, colore e religione, compresi gli indiani con i caratteristici turbanti, che crearono qualche apprensione nelle giovani donne. Sono inevitabili inconvenienti connessi alla presenza di eserciti stranieri. Quello che sarebbe successo nel famigerato "paradiso nero" di Tombolo è emblematico. La ex Casa del fascio divenne la sede del rinnovato C.L.N. formato da: Bruno Sampieri (P.S.L), Modesto Bernardini (P.C.L), Enzo Titoni (D.C.), Amerigo Froli (Partito d'Azione) che, tra l'altro, prese in esame la posizione di coloro che avevano avuto posizioni di rilievo, sia nel partito fascista che nella Repubblica Sociale. Nello stesso locale ogni partito, ufficialmente costituito, ebbe a disposizione una stanza. Calci, Pisa e molti altri paesi della Provincia erano ormai liberi, ma la guerra non era ancora finita e le conseguenze, sia pure indirette, si facevano sentire ancora nei territori liberati. La situazione economica era disastrosa, l'opera di ricostruzione procedeva a rilento causa la scarsezza dei mezzi, la disoccupazione dilagava nonostante che molti cominciassero a lavorare presso il Centro Sbarchi alleato di Tombolo, la base logistica dove gli americani avevano steccato armamenti, derrate e quanto altro necessario a rifornire gli eserciti che, attestati sulla Linea gotica, indugiavano ad avanzare verso il nord. La gente, infine, soffriva sul piano morale ed  affettivo per la mancanza di notizie di tanti soldati, morti, dispersi o fatti prigionieri in terre lontane o dei civili deportati dai tedeschi. A ciò si aggiungano le notizie delle stragi perpetrate e delle vicende dell' "altra" Italia, che non consentivano di apprezzare, serenamente, il valore della riconquistata libertà ed il sia pure faticoso avvio verso la democrazia.

...A Calci aderirono alla Repubblica Sociale vecchi squadristi, gli ex gerarchi ed un gruppetto di giovani che si arruolò nella Guardia Repubblicana, non tanto per scelta politica, ma attratti solamante dallo stipendio che guadagnavano.
Giravano altezzosamente per il paese, in divisa, e con tanto di moschetto a tracolla, ma credo che non abbiano mai sparato un colpo. La villa del seminario era stata requisita all’inizio della guerra per farne un ospedale militare. Vi prestavano servizio Ufficiali medici della sanità con cil compito di curare i soldati, rimpatriati dai vari fronti a seguito di ferite o malattie. Qualche volta servi per imboscare giovani figli di papà, che avevano trovato il sistema di eludere la chiamata alle armi. L’ 8 settembre quasi tutti se la squagliarono e, per fortuna, rimase soltanto il Direttore, Capitano Medico Paolo Morganti, che nei mesi successivi si sarebbe rivelato di grande utilità.

... La stessa Federazione provinciale del ricostituito partito fascista, si insediò nella sede del fascio calcesano, dove ora è ubicata la Caserma dei Carabinieri. Non soltanto le Istituzioni, ma il nostro paese venne "invaso" da migliala di persone ( si calcolarono circa 60.000) con suppellettili, derrate, bestiame e quanto altro si pensava di poter salvare. Alcune centinaia vennero accolte in Certosa, che si reputarono alquanto fortunate, poiché i Padri oltre l'assistenza morale, nei limiti del possibile, provvedevano al loro minimo sostentamento materiale. Ogni famiglia ospitò parenti, amici ed anche estranei, in una gara di solidarietà fino a quel momento impensata e sconosciuta. Non ci fu ambiente che rimase disabitato: modeste ed umili case, ville, soffitte, frantoi, stalle, capanne e, soprattutto nelle parti alte del paese, quando non ci rimase altro, gli sfollati improvvisarono rifugi di fortuna, coperti con qualsiasi materiale capitasse: coperte, lenzuoli ed addirittura frasche e rami di alberi. A dimostrazione di ciò sta il fatto che, quando lavoravo all'U.S.L., una collega mi disse che era nata addirittura nella chiesa di S. Piero. In tale situazione è necessario avere presente che il rischio e la paura tra la popolazione erano costantemente presenti poiché, gli occupanti tedeschi avevano insediato nelle ville Fratelli Martini e Santucci, due comandi che operavano in stretto contatto con la Federazione fascista. Nel piano era la stagione del raccolto ed i contadini sfollati, nonostante l'imperversare dei cannoneggiamenti ed il pericolo di essere braccati, tornavano nei campi onde raccogliere grano, granturco e frutta. Era tempo di fame ed allora la mattina presto, appena terminato il coprifuoco, molti partivano nella speranza di poter racimolare qualcosa nei campi abbandonati ed a diversi questa ricerca fu fatale. Anziché roba da mangiare trovarono la morte gettando nella disperazione i familiari che attendevano ansiosi. Sarebbe giusto ricordare tutti i loro nomi, ma sono nell'impossibilità di farlo ed allora mi limito a quello di Menotti Andreoni poiché il 21 agosto, unitamente al figlio Mario e Federigo Sandroni, andai a Mezzana a recuperarne il cadavere, Le donne, specie le più anziane, avevano maggiore libertà' di muoversi per cui, scavalcando il Serra, si recavano a Rota e Compito cercando di comprare qualche prodotto della zona, magari in cambio di olio. L'ufficio annonario comunale si trovava nell' impossibilità di sopperire alle esigenze dì, una massa del genere. E' pur vero che i grandi mulini, almeno fin quando l'energia elettrica non venne meno, continuarono a macinare, ma era in vigore la tessera del pane, che stante il regnante caos non tutti avevano, e poi dovevano rifornire i forni di Pisa e Livorno nonché garantire i quantitativi per il vettovagliamento degli eserciti. A proposito di mulini ho il dovere di ricordare che mio zio Adalgiso faceva il barrocciaio presso quello del Celandroni. Tutte le mattine partiva, insieme a Sestilio Consani, per portare la farina a Livorno e, purtroppo, la sera del 26 giugno mentre rientrava appena iniziato il coprifuoco, venne proditoriamente ucciso dai tedeschi davanti al cimitero della Pieve. Nel timore che gli alleati, attestati sulla riva sud del fiume, passassero da un momento all’ altro l’Arno, i gerarchi fascisti ed i repubblichini, alla chetichella fuggirono al nord, lasciando, anche da un punto di vista formale, il paese nel caos, con il Commissario comunale Lo Priore, ormai privo di autorità e di mezzi. Sfamare una moltitudine come quella presente nella vallata divenne il problema più impellente. Fino a un certo momento i paesani e gli sfollati, avevano dato fondo ai pochi risparmi disponibili ricorrendo al mercato nero, praticato da gente senza paura e senza scrupoli che, certo con qualche compiacente copertura, riusciva ad approvvigionarsi a Livorno facendola sempre franca, ma la popolazione era giunta allo stremo. Sorsero allora delle Commissioni alimentari tra le quali, certamente le più attive furono quella di Valle Buia guidata dal comunista Menotti Bennati, e soprattutto quella del Colle guidata da Don Mario Cecchetti, nella quale Nazario Sandroni soprintendeva alla distribuzione di quanto era possibile reperire, compresa la carne delle vacche, finché fu possibile trovarla, che venivano macellate negli ulivi di "Metone". Nel mese di giugno al Colle era nata la Democrazia Cristiana, della quale fu nominato Segretario politico Arrigo Malanima, un antifascista che per le sue idee era stato prima inviato al confine a Pisticci di Matera e, successivamente, internato nel carcere di Don Bosco. Anch'io insieme a Mario Martini, Nazario, Sesto Catarsi, i due albanesi Franz e Gaspare Suma ed altri giovani pisani, fui tra i fondatori. Mario Martini, utilizzando notizie che la Signorina Ferreri, riusciva a captare con una radio da campo installata clandestinamente a Villa Martini, con un vecchio ciclostile stampava una sorta di bollettino, che distribuivamo per tenere informata la popolazione sull'andamento della guerra. La D.C. aveva assunto, altresì, l'iniziativa di gestire, sotto la Guida del Capitano medico Morganti, l’ex ospedale militare del Seminario, sempre più affollato di ammalati e feriti di ogni genere. Diversi medici sfollati a Calci prestavano, disinteressatamente, la loro opera umanitaria tra i quali il chirurgo Dott. Loi che operava, di frequente a lume di candela, con mezzi di fortuna, talvolta usando come disinfettante solo acqua salata o aceto, tanto era la mancanza di materiale sanitario. Sotto questo aspetto un importante aiuto ce lo dette "II pasticcere"Gastone Scarpellini, capo fabbrica del biscottificio Passeri, il quale quando i Biscioni andarono al nord, ci chiamò consegnandoci zucchero, farina, alcool e carburo che erano stati occultati nello scantinato della fabbrica. Per quanto concerne lo zucchero ne vennero distribuite molte razioni anche alla popolazione. La gente era veramente alla fame e si adattava a tutto. Basti pensare che il molino Tellini mise a disposizione della farina, recuperata da una nave affondata nel porto di Livorno, che era stata nell'acqua del mare per diverso tempo. Era diventata nera, amara addirittura immangiabile. Eppure fu consumata lo stesso facendo una sorta di focacce senza neppure il sale, cotte sul fuoco a legna fra due pezzi di latta o testi da pentola. La popolazione era priva di tutto che giunse perfino a saccheggiare il frantoio dello Zucchelli, posto in località Pontegrande, poiché venne a sapere che vi era custodito del vèrmut medicinale, che il Laboratorio Gentili di Pisa aveva tentato di salvare. Nonostante le difficoltà di avere notizie rimanemmo costernati quando giunse quella che, a seguito di una spiata, il primo di agosto le SS avevano fatto irruzione nella casa di Pardo Roquez, adiacente alla Sinagoga, esponente della Comunità isdraelitica pisana e già Pro Sindaco prima del fascismo. Furono trucidati sette ebrei e cinque cristiani, fra i quali Silvia Bonanni di Castelmaggiore. Personalmente rimasi particolarmente colpito, poiché avevo conosciuto il Roquez, una figura carismatica che incuteva profondo rispetto, quando da ragazzo lavorai in una tipografia.

Il Comando germanico della zona affisse un bando, indirizzato alla popolazione dei Monti Pisani, con il quale si ordinava a tutti gli uomini dell'età fra i 16-50 anni di lasciare i monti entro il 2 agosto. Nella D.C. venne deciso che i più giovani, tra i quali io e Federigo, si aggregassero come autonomi alla Formazione partigiana "Nevilio Casarosa" di stanza in Faeta.- il 3 agosto quando giungemmo in Campo di Croce incontrammo le staffette della formazione che si stava spostando al Pruno, poiché l'accampamento di Faeta era stato individuato. Rimanemmo lassù fino al giorno nove, cioè quando i tedeschi, attaccando il campo, uccisero i russi Ighenard e Mugic. Si valutò che il Serra non fosse adatto per grosse formazioni e venne deciso di sparpagliarci in piccoli gruppi. Il nostro tornò al Colle e pur rischiando, con Croce rossa al braccio e pistola in tasca, il giorno eravamo divenuti punto di riferimento per soccorrere i feriti, talvolta seppellire anche i morti, che i continui cannoneggiamenti procuravano, mentre la notte si andava a dormire in monte in posti sempre diversi. Rischiammo la buccia quando chiamati a raccogliere dei feriti in Val di Vico, giunti al Par di Rota venimmo sorpresi da un furioso cannoneggiamento. Non ci rimase altro che abbandonare le barelle alla Cappella di Bocio e tornare a recuperarle il giorno seguente. Per tutti gli uomini era estremamente rischioso farsi trovare in giro. Anche in paese nascondigli ritenuti sicuri erano stati approntati, mentre le donne stavano sempre all'erta segnalando ogni movimento sospetto poiché i delatori erano spesso dietro l'angolo. I Tedeschi avevano intensificato i rastrellamenti per fornire mano d'opera gratis alla Tod, l'impresa nazista chiamata a dare un supporto logistico all'esercito occupante. Nonostante tante precauzioni molti furono prelevati e deportati. Alcuni non tornare che a guerra finita ed altri, purtroppo, non fecero più ritorno.

...Non sono uno storico ed ho scritto di queste cose, sul filo dei ricordi e della memoria, non per rinfocolare odi e violenze che devono appartenere al passato, me lo avrebbe oltretutto impedito l'etica cristiana alla quale ho sempre "tentato" di improntare la mia vita, ma al solo scopo di far conoscere a chi, fortunatamente, quei tempi non li ha vissuti, vicende che hanno segnato dolorosamente, la vita di diverse generazioni. Una massima afferma che la libertà è come la salute, si apprezza soltanto quando si è perduta. Oggi non è a rischio la libertà, intesa nel senso classico della parola, ma nell'era della bioetica, della tecnologia sfrenata, della globalizzazione dei mercati e dell' iperliberismo il pericolo è che si vada verso una società materialistica, dominata soltanto dall'egoismo e dal profitto elevati a valori, dove il solidarismo rimane un opzionali e nella quale l'Uomo divenga sempre meno artefice del proprio destino. Esprimo, pertanto, il convincimento che la nuova frontiera delle libertà consista nell'impedire che questo si verifichi. A tale scopo è necessario l'impegno solidale di ciascuno, in particolare delle giovani generazioni, mediante il responsabile utilizzo degli strumenti che la democrazia mette a disposizione dei cittadini.

Riferimenti Bibliogafici:
Argenton M. Piesenti P., L' Italia dal Fascismo alla Costituzione  repubblicana
Caporilli P., Trent'anni di vita italiana 
Martini M.E., Storia di Calci
Vanni R., La Resistenza dalla Maremma alle Apuane 
Tempi d'Italia, De Gasperi una vita per libertà'

Tratto da:
Mario Pellegrini, Fascismo guerra resistenza: i racconti della memoria; 1998
Mario Pellegrini, 60°anniversario delle liberazione di Calci; 2004”