Vicopisano Fabbrica del carbone fabbricadelcarbone_8512.jpgVicopisano Fabbrica del carbone fabbricadelcarbone_8513.jpgVicopisano Fabbrica del carbone fabbricadelcarbone_8514.jpgVicopisano Fabbrica del carbone fabbricadelcarbone_8517.jpgVicopisano Fabbrica del carbone fabbricadelcarbone_8519.jpgVicopisano Fabbrica del carbone fabbricadelcarbone_8520.jpgVicopisano Fabbrica del carbone fabbricadelcarbone_8578.jpg


Lungo la via Butese, non lontano dalle torri millenarie di Vicopisano, sorge un luogo nel quale ogni cosa sembra non essere più soggetta al giogo del tempo, ma sospesa nella perpetua e silenziosa attesa di un improbabile ritorno alla vita. Con le sue strutture lacerate ed i macchinari erosi dalla ruggine, quel luogo è in grado di suscitare un forte potere suggestivo ed evocare sensazioni e riflessioni che trascendono la superficie degli oggetti. E’ stato particolarmente significativo intraprendere un progetto di ricerca atto ad indagare le vicende salienti che hanno condotto questi luoghi alla attuale condizione. E si è rivelata fondamentale la gentile e sentita collaborazione di uno degli attuali proprietari, il signor Antonio Naso. Oltre a consentire libero accesso al sito, rendendo agevoli le operazioni di rilievo, Naso si è rivelato una fonte autorevole e preziosa. Avendo gestito direttamente i processi produttivi, egli è stato in grado di fornire testimonianze precise e dettagliate su ogni fase di lavorazione. Con parole commosse e partecipi ha rianimato quegli oggetti da tempo silenti, restituendo loro, attraverso il racconto, la dignità perduta di mezzi produttivi un tempo in grado di realizzare prodotti di indubbia utilità e, soprattutto, di costituire una fonte, sia pur limitata, di benessere. La storia di questo singolare agglomerato di edifici e di vicende umane ha inizio intorno al 1858, quando il proprietario terriero Leopoldo Silvatici prese possesso di un vasto appezzamento agricolo sottostante il colle San Jacopo e costeggiato dal rio Grifone. Conosciuto anche come rio di Lupeta, questo piccolo corso d’acqua, nonostante la sua portata modesta, aveva permesso in quella zona lo sviluppo di piccole attività legate all’acqua e all’energia idrica. Sfruttando questa opportunità, il Silvatici dette il via alla costruzione di un grande fabbricato a pianta rettangolare, di cui ancora oggi è possibile ammirare l’aspetto solido e imponente, destinandolo all’uso di frantoio. Allo scopo di sopperire alle eventuali carenze idriche del modesto rio ed assicurare alla ruota del frantoio un apporto d’acqua costante, vennero realizzate due gore di grande capienza. A queste ne verrà successivamente aggiunta una terza. All’attività del frantoio venne affiancata, dopo qualche anno, quella del mulino, svolta in un’altra ala del medesimo fabbricato. Sin dagli esordi e per tutta la seconda metà dell’800, sia il frantoio che il mulino trasformarono una grande quantità di prodotto, permettendo ai Silvatici di ottenere cospicui profitti. Successivamente, però, la produzione subì un calo sostanziale sino a giungere nei primi anni del ‘900 ad una fase di grave crisi. Nuovi mulini, dotati di tecnologie avanzate, erano infatti stati costruiti nelle aree prospicienti la raccolta, eliminando così per gli utenti l’onere del trasporto: di conseguenza le richieste di molitura e frangitura nei confronti dei Silvatici erano fortemente diminuite. Giuseppe Silvatici, succeduto a Leopoldo, decise di cessare attività così poco redditizie e mise in vendita tutta la proprietà. Il 2 marzo 1934 Nicolo Crastan, comproprietario della nota azienda alimentare pontederese, acquistò il complesso. Date le scarse probabilità di profitto, Crastan decise di abbandonare l’attività del mulino per intraprenderne un’altra, che in quel momento godeva di una discreta richiesta: la produzione carbonifera. Dovendo far fronte alle mutate esigenze produttive, il nuovo proprietario fece edificare, fra il 1934 ed il 1940, una serie di fabbricati adiacenti al nucleo originario del frantoio. Nacquero in quel momento quei corpi di fabbrica in muratura e con copertura a capanna, adibiti a magazzino, che ancora oggi sorgono lungo i confini della proprietà e ne caratterizzano l’aspetto. Altri manufatti di analoga fattura si trovano sul lato opposto, nei pressi della riva sinistra del rio Grifone. Il frantoio, dotato di ampi volumi, fu riutilizzato in parte come sede degli uffici, in parte come magazzino per lo stoccaggio del carbone. In contrasto stridente col resto dei fabbricati, pur essendone coevi, risultano i due capannoni destinati a contenere i forni impiegati nella nuova produzione. Attraverso uno dei cancelli laterali, ancora oggi è possibile scorgere il loro profilo aguzzo e plumbeo spezzato verticalmente dalle linee nere dei due fumaioli di scarico. In breve tempo, quel frantoio così perfettamente armonizzato con l’ambiente circostante, attraverso una traumatica superfetazione si era trasformato in uno strano groviglio di edifici eterogenei ammassati l’uno a ridosso dell’altro, in totale distonia con i dolci colli di ulivi e cipressi dei Monti Pisani. L’attività si incentrava sulla produzione del carbone vegetale, tramite l’utilizzo della brace prodotta dalla combustione di legna proveniente dai boschi circostanti. Il prodotto era destinato principalmente al riscaldamento domestico, in particolare agli 'scaldaletto', al tempo unico conforto durante le stagioni fredde. La produzione carbonifera dei Crastan venne interrotta nei primi anni della Seconda Guerra Mondiale quando, a seguito degli esiti del conflitto, l’economia italiana subì un tracollo. Durante il periodo bellico l’area venne utilizzata in vari modi. I magazzini antistanti il frantoio furono adibiti ad 'Ammasso dell’olio e del grano di Vicopisano', del quale sono tutt’ora visibili i resti dell’insegna. Nella palazzina a destra del frantoio si progettò di trasferire gli uffici della Piaggio da Pontedera, dove la vicinanza con la stazione ferroviaria, bersaglio dei bombardamenti alleati, costituiva un concreto pericolo. L’avanzata alleata e la conseguente cessazione dei bombardamenti fecero venire meno le necessità del trasferimento. Gli uffici non furono terminati e rimasero dismessi. Vennero poi utilizzati come deposito di fortuna. Alla fine del conflitto Crastan non ripristinò l’attività carbonifera e cedette gli immobili in suo possesso il 29 aprile 1947 a Manlio Andreini, già titolare della S.A.D.E.A. S.r.l., società che si occupava della fabbricazione e commercio di sapone. Questi rivendette a sua volta la proprietà il 28 dicembre 1952 all’Oleificio Pisano. Cosimo Terrosi, che ne era il titolare, impiantò in quest’area un essiccatoio per le sanse che, alleggerite dall’acqua in eccesso, venivano trasportate negli oleifici. A tale scopo venne costruito un fabbricato aggiuntivo, inserito nel preesistente deposito. Esso era dotato di bocchette di scarico, appositamente realizzate per caricare i camion con le sanse essiccate. Questa attività durò fino al 1958 quando, il 12 febbraio, il lotto venne acquistato da Placido e Pietro Naso, due imprenditori bolognesi già attivi nel settore carbonifero, che avevano una fabbrica alla periferia del capoluogo emiliano, nel quartiere La Bolognina. La loro attività era cominciata nel 1929, quando la zona era scarsamente popolata: le polveri delle scorie di carbone e i fumi recavano fastidio solo ai pochi residenti. Anche allora la materia prima proveniva dalla Maremma Toscana e dai boschi di S. Rossore e, trasportata da camion, giungeva attraverso il valico appenninico della Porretta. Da tre camion di legna si ricavava solo un camion di carbone. La resa così svantaggiosa, unita alla complessità del trasporto e alla presenza ormai fin sotto la fabbrica di abitazioni civili (Bologna si era assai espansa), spinse i proprietari della carbonifera a mettersi alla ricerca di un nuovo sito produttivo. Sembrò logico traslocare vicino alla fonte di materia prima e lontano da quartieri abitati. La scelta cadde sull'ex ditta Crastan di Vicopisano, già stata attiva nella produzione di carbonella per gli scaldaletto destinata al mercato della Valpadana. D’altra parte il paese era vicino ai boschi di S. Rossore e non lontanissimo dalla Maremma, insomma a metà strada tra i luoghi che fornivano materia prima e quelli cui era destinato il prodotto finale. I Naso, dunque, ripristinarono l’attività carbonifera reimpiegando le strutture realizzate da Crastan, ma incrementandole con l’aggiunta di otto forni. La brace veniva agglomerata con la pece ottenendo delle formelle cilindriche. Questi 'cilindretti', come ricorda Antonio Naso, 'dovevano essere integri perché c’era l’abitudine soprattutto nei piccoli centri di venderli un tanto all’uno, era una cosa normale, del resto una volta anche le sigarette venivano vendute sfuse'. Ancora oggi, all’interno di un capannone laterale, si possono scorgere i macchinari impiegati nell’agglomerazione delle formelle. La produzione degli scaldaletto, sempre meno richiesti, venne affincata da quella di carbone ad uso industriale. 'Per un po’ di tempo le cose andarono bene poi la materia prima cominciò a scarseggiare': così ci racconta Antonio Naso. In quegli anni, infatti, l’utilizzazione di detersivi domestici in quantità massicce, scaricati senza depurazione, aveva aumentato in maniera significativa l’inquinamento dei corsi d’acqua e conseguentemente del mare. L’aerosol marino acido causava gravi danni alla vegetazione, a cominciare dai pini. Venendo meno la possibilità di approvvigionarsi di una materia prima a basso costo (le pigne), dopo vari tentativi di ripiegare su sostanze alternative, i Naso cessarono l’attività intorno al 1976. Dopo un periodo in cui venne reimpiegato come deposito di legname, attualmente il fabbricato è dismesso. Incisi nel suo scheletro, porta i segni di attività che hanno attraversato i secoli, insieme alla vita e al lavoro di tante persone. Da quel momento sulla fabbrica è sceso il silenzio.

La Fabbrica del Carbone di Vicopisano di Andrea Tedeschi