Corrado Gianfigliazzi, gentiluomo fiorentino, apparteneva a una antica famiglia di banchieri ricordata da Dante e dal Petrarca.' Era costui uomo di alta levatura, liberale e magnifico, da tutti ammirato e stimato. Ricco e senza troppi pensieri, viveva cavalierescamente e alla grande, servito da un buon numero di persone. Gli impegni politici e gli affari dei duali si occupava, non gli impedivano i piacevoli ozi e gli ameni diletti, come quello della caccia, per esempio, per il quale aveva grande passione.
Un giorno, andando a cavallo per le campagne intorno a Peretola coi suoi uomini in cerca di selvaggina, gli avvenne di scorgere una gru, che è un grosso trampoliere migratore uso a sostare, per cibarsi, sulle rive dei fiumi o nei luoghi palustri.
Con un suo falcone che spiccò al momento giusto, catturò e uccise la gru, che essendo grassa e giovane, destinò alla sua tavola.
Il Gianfigliazzi aveva un cuoco veneziano chiamato, o meglio soprannominato, Chichibio, con un termine forgiato sul verso del fringuello, che fa cicibio cicibio, ma che sta anche ad indicare "testa di fringuello", cioè leggera, vuota, di chi non è buono a nulla. Chichibio era infatti un chiacchierone fantasioso, uso a motteggiare e a sballar fandonie.
Il Gianfìgliazzi lo mandò a chiamare, gli consegnò la gru e gli ordinò di cuocerla a puntino per la cena, essendo selvaggina prelibata della quale era molto ghiotto.
Chichibio spennò la gru, la pulì delle interiora e la lardarellò ben bene, poi la mise in padella.
La cucina di casa Gianfìgliazzi dava su di una via con una porta di servizio sulla quale Chichibio stava abitualmente a chiacchierare coi passanti o a intrattenere le serve che andavano da una casa all’ altra.
Mentre la gru cuoceva spandendo intorno un profumo appetitoso, capitò a passare una ragazza della contrada, Brunetta, che Chichibio stuzzicava sempre, tanto gli era simpatica.
Sentendo Podere della gru che arrostiva, Brunetta si incuriosi, mise la testa in cucina e volle vedere cosa mai il cuoco stesse preparando. Chichibio la fece entrare e portatala davanti ai fornelli le mostrò in un gran tegame la gru ormai cotta nel suo prelibato sugo. A Brunetta venne Pacquolina in bocca.
— Perché — disse a Chichibio — non me la fai assaggiare? — Non si può — rispose lui. — Non posso portarla in tavola priva di un'ala o di qualche altra parte.
— Potresti — gli osservò la ragazza — darmi una coscia.
— Brava! proprio la coscia, che è il miglior boccone! Cosa direbbe il mio padrone?
— Nulla — disse Brunetta. — Perché le gru hanno una gamba sola. O almeno cosi pare, vedendole quando sostano nelle paludi.
— Certo — riconobbe Chichibio — ma solo perché ritirano una delle zampe sotto il ventre.
Cosi dicendo, gli venne un'idea che gli fece brillare gli occhi.
— Aspetta — disse alla ragazza e, staccata una coscia alla gru, la incartò e gliela diede.
Brunetta se ne andò contenta e Chichibio, contento anche lui, si mise a cantare:

Voi ve la morigeri donna Brunetta,
voi ve la morigeri quella coscetta!


Venuta l'ora di cena e stando in tavola il signor Gianfigliazzi con dei forastieri di riguardo, Chichibio portò in tavola la gru tenendo il gran piatto levato in alto come un trofeo. Lo scalco" si avvicinò alla mensa per tagliare la gru e servirla, ma rimase interdetto.
Il padrone di casa guardò allora nel piatto e si accorse che la gru mancava di una gamba. Fece chiamare Chichibio e gli domandò cosa avesse fatto dell'altra coscia.
— Signor mio — gli rispose il cuoco con una faccia da schiaffi — le gru hanno una sola gamba e quindi una sola coscia.
— Una sola gamba? — disse ringhiando il signore. — Credi forse che non abbia mai visto una gru? E che non abbia visto questa, che ho raccolto io stesso?
— È come vi ho detto — ribattè Chichibio. — Non hanno che una coscia. Quando vorrete vi mostrerò delle gru vive, cosi sarete persuaso.
Corrado, per riguardo ai forastieri che aveva a tavola si trattenne dal far bastonare il cuoco, ma gli disse:
— Domani mattina risolveremo il caso. Se mi hai preso in giro, lo giuro sul corpo di Cristo che ti farò conciare in modo tale che ti ricorderai per sempre del mio nome.
La mattina seguente, prima che venisse giorno, Corrado si alzò ancora irritato, ordinò che si preparassero i cavalli e fece chiamare Chichibio.
Montati a cavallo, arrivarono con la prima luce in riva a un fiume lungo il quale solitamente posavano le gru.
— Ora vedremo — disse il signore — chi ha ragione.
Chichibio, che si vedeva giunto al dunque, era pieno di paura e si sarebbe volentieri dato alla fuga. Ma subito si videro ben dodici gru che stavano tutte su un piede solo, come usano cedesti uccelli quando dormono.
— Ecco, ecco! — gridò Chichibio. — Guardate! Hanno una gamba sola, come vi ho detto ieri sera.
— Aspetta — gli disse Corrado — che ti farò vedere io se hanno una gamba sola.
Si avvicinò alle gru e gridò: — Hoo! Hoo!
Le gru, a quel grido, messo giù l'altro piede, presero la rincorsa e si alzarono in volo.
Il signore allora si rivolse al cuoco:
— Ti pare ancora, ghiottone spudorato, che abbiano una gamba sola?
Chichibio, con un risolino malizioso disse: — Signore, ho visto: ne hanno due. Ma voi non avete gridato "Hoo! Hoo!" a quella di ieri sera. Bastava gridare, e la gru avrebbe messo fuori l'altra gamba, come hanno fatto queste.
Corrado fu cosi divertito dalla risposta del cuoco, che la sua ira si converti in un'improvvisa ilarità. Tanto che gli disse:
— Chichibio, hai ragione! L'avrei dovuto fare. E se non l'ho fatto, ora mi tocca darti ragione.
La trovata di Chichibio e la magnanimità del suo signore ebbero tanta risonanza, che la storia della gru con una gamba sola si racconta sempre come un esempio del pronto ingegno dei veneziani.

tratto da: Giovanni BOCCACCIO, Decamerone, raccontate da Piero CHIARA, Giornata VI, Novella IV