Acqua passata non macina più
i mulini idraulici calcesani

di Riccardo MANETTI



Sviluppo e crisi nel XX secolo

Alle pendici dei Monti pisani, proprio al centro della Valle Graziosa, sorge il borgo di Calci, paese di cui non è possibile individuare la data d'origine, non esistendo alcuna documentazione sull'argomento. Tuttavia non si va distanti dal vero affermando che fin dal suo sorgere Calci si presentò come un paese essenzialmente agricolo: nel secolo XI l'olivo, coltivato intensamente a bosco per migliala di ettari, insieme alla coltura del castagno e della vite, rappresentavano le maggiori attività sulle quali poggiava l’economia della comunità calcesana. La presenza ed il razionale sfruttamento delle abbondanti acque dello Zambra favorirono il celere sviluppo dell'industria molitoria, che ben presto si affermò e consolidò come la principale attività industriale della Valle Graziosa, caratterizzando l'espansione urbanistica del paese ed assicurando ai suoi abitanti lavoro e ricchezze. La presenza dei mulini da grano in Calci è attestata da antichi documenti antecedenti il XIX secolo: in una pergamena datata 15 Dicembre 958 si parla di un mulino donato dal vescovo Grimaldo ai canonici della Primaziale pisana e confinante con le terre di S. Maria a Willarada in Calci; in altro documento del 1057 ed in una pergamena del 26 Marzo 1160 si parla di nuovo di un mulino ad acqua posto in località S. Maria a Willarada; presso la chiesa di S. Bartolomeo a Treccolli una carta del 1556 documenta resistenza di un frantoio intestato a Luca Gualandi, cittadino pisano; nel 1576 presso la chiesa di S. Vito in Calci, esisteva un mulino di proprietà della chiesa omonima.img346
Fin dal secolo XI la presenza della ruota idraulica determinò lo sviluppo di altre attività produttive: prime fra tutte, la macinazione delle castagne e la frangitura delle olive, entrambe favorite dall'abbondante disponibilità delle materie prime che venivano raccolte sulle colline adiacenti, e secondariamente la filatura della lana. Per regolamentare queste attività, fin dal XIII secolo, fu redatta una serie di norme, dette brevi, che disciplinavano l'uso delle acque e ogni tipo di attività produttiva. Il settore più importante fu sempre quello della macinazione del grano, tanto che Calci, con le sue numerose macine, rappresentò il principale punto di riferimento sia per il grano pisano sia per quello livornese: nel 1698, lungo lo Zambra di Calci si contavano 11 frantoi e 63 mulini che mettevano in funzione 78 macine; nel 1776 si contavano 82 mulini e 21 frantoi.
A partire dagli inizi del XX secolo, il quadro economico di Calci si presenta dunque prospero ed in espansione. La relazione di T. Chiesi, segretario della Camera di Commercio ed Arti di Pisa, dice: «Dai registri che esistono nell'Ufficio del Catasto ho potuto accertarmi che nel 1818 esistevano a Calci 71 mulini aventi fra tutti 140 macine: che al 1835 erano stati costruiti sei nuovi mulini e le macine aumentate fino a 155. Il prospetto dell’ Opifici vi fa vedere che al 31 Dicembre 1864 i mulini ascendevano a 104 e le macine a 253: l'aumento dei mulini è sensibile (33) più di uno l’anno, ma sorprendente è quello delle macine (98): ciò dimostra che dal 1835 a noi la idraulica e la dinamica hanno fatto celeri progressi ed han mostrato di trar partito dalle forze che nei tempi andati non sapevasi usare, ma soprattutto dimostra la crescente attività dell’ abitanti del paese, e la sollecitudine con cui han cercato aumentarne le risorse, e la premura di porre su larga scala la industria ed il commercio.
Dei 104 mulini, 5 sono stati ridotto a grandi stabilimenti; tre sono sussidiati nella stagione delle acque magre da macchine a vapore, due privi di questo sussidio: i rimanenti novantanove sono restati per la semplice macinazione. Tutti son posti in azione dall'acqua: alcuni conservano sempre i vecchi sistemi di movimento, altri son mossi da nuovi. Il visitatore di questi utili stabilimenti, vedrà alcuni in cui ogni macina è mossa da una ruota idraulica, con ruote rocchetti e leve regolatrici, di legno, altri con macchine di ferro a nuovo sistema, e una sola ruota muove 2, 4, 6 macine: (le ruote idrauliche alcune hanno 2 metri e 50 di diametro, altre metri 12 a 13): vedrà in molti come i miglioramenti e le nuove invenzioni gradualmente hanno preso e vanno a prendere il posto dei vecchi sistemi».
Ci è sembrato opportuno riproporre un' ampia parte di questa relazione perché essa ci offre una prima dettagliata indagine compiuta sul territorio calcesano, dove troviamo numerati e distinti tutti gli opifici, risultando un chiaro documento del progresso economico ed industriale che caratterizzò l'economia calcesana nella prima metà dell'Ottocento: cioè gli anni compresi fra l'inizio del nuovo secolo ed il 1870, quelli che M.E. Martini definisce L'epoca d'oro.
Leggendo le Relazioni dei Giurati alle varie Esposizioni nazionali ed internazionali di questi anni ci possiamo rendere conto della grande considerazione in cui erano allora tenuti la farina, l'olio, la seta e tutti gli altri prodotti dell'industria calcesana: la lavorazione della seta era limitata alla sola filatura del bozzolo, ed anche se in commercio non ebbe i successi di quelle piemontese e francese, ne era da più parti riconosciuta la perfezione e la qualità — questa attività era gestita da A. Chini, ma nel 1818, per iniziativa di F. Ruschi, fu impiantata una nuova e più moderna filanda che occupava circa 80 dipendenti, soprattutto donne; la prima aveva quattro bacinelle e la seconda nove, tutte condotte con metodo ordinario: la prima filava ogni anno da 600 miriagrammi di bozzoli, la seconda 170 —; l' olio calcesano ebbe insegni riconoscimenti alle Esposizioni di Londra e di Parigi e grazie ad una produzione annua calcolata da 80 a 100 mila ettolitri fu esportato in Francia, Inghilterra e perfino in America; infine la farina, il prodotto più richiesto, frutto di una tradizione ormai secolare per il paese di Calci, quella della macinazione del grano, «già sempre nota favorevolmente in commercio», interessava quasi tutto il mercato regionale, con particolare riguardo per Firenze, Pisa, Lucca e Livorno, e nell'Ottocento fu esportata pure all' estero: in Inghilterra ad opera di V. Tellini e di A. Castelli, in America ancora per merito di V. Tellini, in Algeria grazie a G. Biscioni.img344Meritano di essere ricordati i premi ottenuti dai prodotti calcesani alle Esposizioni nazionali ed internazionali cui furono inviati: la seta dei fratelli Ruschi ottenne riconoscimenti all' Esposizione Italiana Agraria Industriale ed Artistica tenuta in Firenze nel 1861, la medaglia di bronzo all' Esposizione Nazionale di Milano del 1881 e la medaglia d'argento all'Esposizione Universale di Parigi del 1867; l' ottimo olio della famiglia Delle Sedie ottenne la medaglia di bronzo all'Esposizione Nazionale di Milano del 1881; A. Casali ottenne la medaglia di d' oro per la qualità della farina all' Esposizione Universale di Parigi del 1867; e soprattutto la nota e richiestissima farina della «Ditta Vinnoco Tellini» ottenne numerosi premi e riconoscimenti: la medaglia di bronzo all' Esposizione Italiana del 1861, all' Esposizione Universale di Londra e all' Esposizione Universale di Parigi del 1867; la medaglia d'argento all' Esposizione Industriale della Provincia di Pisa e Livorno del 1868 e all' Esposizione Regionale delle province toscane del 1870; ed ancora la medaglia di bronzo all' Esposizione Universale di Vienna del 1873. La Ditta Vinnoco Tellini si distinse anche in altre attività industriali, quali la macinazione dello zolfo e la produzione olearia, in quest' ultima meritando ambiti riconoscimenti a Filadelfìa nel 1876, a Parigi nel 1878 e a Torino nel 1884.
Ritornando alla lettura della relazione di T. Chiesi, vediamo che tutte le imprese menzionate sono riunite per settori produttivi di cui viene data una sommaria descrizione corredata da alcuni dati complessivi, quali il numero delle macine possedute e l' indicazione degli agenti motori, acqua, vapore o forza animale: 124 imprese, delle quali 116 utilizzavano il meccanismo della ruota idraulica.
Il primo dato che emerge in maniera rilevante è il continuo moltiplicarsi degli impianti molitori e del numero delle macine, causa e nello stesso tempo risultato del razionale sfruttamento di tutte le acque disponibili: le più recenti opere di canalizzazione furono costruite, infatti, nella prima metà dell' Ottocento, in zone non ancora sfruttate, come gran parte di quelle presenti in Valle Buia e sotto località Trecolli.
La favorevole situazione economica della prima metà dell' Ottocento determinò il consolidarsi di una vera e propria concentrazione di imprese molitorie: vi erano complessivamente 104 mulini di cui cinque costituivano grossi stabilimenti; la maggior parte dell'industria molitoria calcesana era costituita però da mulini di modeste dimensioni il cui numero di coppie di macine variava da 1 a 4, a testimonianza della forte presenza di piccoli proprietari che possedevano direttamente il mulino oppure lo prendevano in affitto dai grandi proprietari. Troviamo inoltre complesse forme di proprietà di uno stesso stabilimento fra due, tre ed anche quattro proprietari, che lavoravano a turno per un uguale periodo di tempo di 12, 6 o 4 ore. L' esistenza di queste numerose piccole imprese di macinazione fu favorita dalla diffusione sul territorio regionale del contratto agricolo mezzadrile, in base al quale la maggior parte di raccolto del mezzadro non veniva immessa sul mercato, bensì serviva per intero alla sussistenza della sua famiglia, cosicché il grano veniva portato a macinare nei piccoli complessi molitori addetti alla macinazione per conto terzi: il ramo molitorio non obbediva soltanto alle leggi del mercato, della concorrenza e del profitto ma anche, e nell’ Ottocento soprattutto, al bisogno insopprimibile dei contadini di trasformare in farina il frumento o i cereali inferiori per le elementari esigenze della vita; solo le industrie molitorie più grandi potevano comprare direttamente il grano dai contadini per rivendere poi il prodotto finito sul più vasto mercato nazionale, ed in alcuni casi per esportarlo perfino all' estero.
A Calci esistevano pure grosse imprese olearie  - 20 in tutto, delle quali 15 mosse da forza idraulica - e tre frullini o lavatoi di sansa per il recupero dell' olio dai residui della frangitura. L' industria olearia era gestita dalle famiglie più ricche che possedevano grandi estensioni di terre olivate con le quali rifornivano della materia prima i loro frantoi, ubicati vicino alle abitazioni dei proprietari, che potevano così esercitare un controllo diretto sul mezzadro e sugli operai addetti alla lavorazione dell' olio: un esempio emblematico ci è offerto dalla zona dislocata fra Ponte Grande e località Gangalandi, dove vicino a sei grossi frantoi e quattro frullini si trovavano le abitazioni delle importanti famiglie calcesane Delle Sedie, Buonafalce e Catanti.
Un ultimo dato di estrema importanza che emerge dalla lettura della relazione di T. Chiesi è costituito dalla presenza nel 1864 di altri generi di attività industriali artigianali: un frantoio da olio di lino, tre mulini per la macinazione dello zolfo, una sega idraulica, tre laboratori meccanici, tre polveriere, tre fabbriche per la trattura della seta. Confrontando questi dati con la situazione presente nel 1835, possiamo inquadrare meglio la situazione economica degli anni '60 rispetto ai primi dell’ Ottocento, quando, accanto ai numerosi mulini - mancavano però i grossi stabilimenti molitori - e frantoi, c' erano soltanto un mulino per la macinazione dello zolfo, una fabbrica di berretti di lana e tre polveriere.img345
Riepilogando possiamo affermare che la favorevole situazione economica dei primi 70 anni dell' Ottocento, culminati nel decennio 1861-71, determinò l' evoluzione del quadro economico calcesano rispetto ai primi anni del XIX secolo: aumentò il numero degli opifici idraulici, gli stessi furono potenziati con l' aumento del numero delle macine e con l'introduzione di nuovi macchinari, furono impiantate nuove attività industriali che solo 40 anni prima era quasi impensabile poter introdurre con successo, alcuni opifici furono dotati di grosse e più efficienti ruote idrauliche che rappresentavano qualcosa di più che il semplice frutto dell' abilità artigianale.
Una nuova mentalità imprenditoriale cominciò ad interessare gli industriali calcesani: nel 1830 G. Biscioni fece alcuni viaggi in Francia e in Belgio, allo scopo di allestire in Calci un moderno mulino, costruito poi in Belgio nelle fonderie della società «S. Leonardo», dotato di impianto a vapore e completo di tutte le fasi della lavorazione del grano: svecchiamento, pulitura, lavaggio, macinazione e burattazione. L' esigenza di facilitare e rendere più economici i trasporti delle merci col progetto della costruzione di una linea ferroviaria Calci-Navacchio, che collegasse il paese alla linea Livorno-Pisa-Firenze, rappresenta un altro segno di una società in pieno sviluppo. Questa favorevole situazione fu causa e nel medesimo tempo risultato dell' accrescersi della popolazione: dai 3961 presenti nel 1822, si passò ai 5143 al primo censimento dell'anno 1861 ed ai 5515 al censimento del 1871; la spiegazione di questo fenomeno deve essere ricercata nello sviluppo dell' industria molitoria calcesana che offriva nuove e più vaste possibilità di lavoro: nel 1861 a Calci erano presenti circa 274 mugnai, nel 1863 erano 311 gli individui che lavoravano nel settore molitorio con una retribuzione complessiva di lire 117,958.
Il decennio 1861-71 corrisponde al periodo di massimo sviluppo: sul piano economico fu raggiunto il vertice più alto, sul piano politico fu ottenuta la tanto desiderata e sospirata autonomia comunale, approvata il 3 Marzo 1866. Fu proprio il nuovo Comune di Calci che, nell’ Agosto del 1869, per primo in Italia, istituì una Tassa di Doccia, come corrispettivo dell' uso delle acque comunali. L’ istituzione di questa imposta, che rappresentava una notevole fonte di entrata per le casse del nuovo Comune, determinò la protesta dei mugnai calcesani, che con disprezzo la ribattezzarono «Tassa sui mulini»; non è questa la sede per entrare nel merito della controversia, ma è pur vero che la Tassa di Doccia sui fabbricati idraulici colpì in maniera evidente le numerose imprese molitorie, tanto da far pensare che la favorevole situazione economica dei mulini calcesani avesse indotto il Comune a caricarli di un nuovo tributo.
Esaminando qualitativamente questa situazione economica in evoluzione, possiamo evidenziare gli elementi di forte contraddizione che caratterizzavano l' industria molitoria calcesana come ancora prevalentemente artigianale e tecnologicamente arretrata, elementi che risultano determinanti per capire la crisi degli anni '70. Fu il consolidarsi dei piccoli mulini che impedì il diffondersi delle grandi imprese molitorie nella Valle Graziosa, pur in presenza di alcune di queste dotate di impianti a vapore: i mulini di I Categoria mancavano e quelli esistenti erano di IV Categoria, con una produzione annua molto modesta, inferiore a 5000 quintali; perfino la produzione annua della famosa Ditta Vinnoco Tellini non superava 17.520 ettolitri di farina, quantità irrisoria al confronto con i 20.000.000 kg di farina prodotti annualmente dalla ditta Scoller di Vienna o ai 1.028.000 ettolitri prodotti dalla ditta francese Darblay, come pure, nel confronto col più vicino mercato nazionale, era inferiore ai 50.000 q.li dell' impresa Tardini e Traversa di Alba ed ai 40.000 dell’ impresa di P. Zuccheri di Treviso. Anche gli altri stabilimenti calcesani più grandi, quelli di G. Biscioni e A. Casali, non avevano una capacità produttiva maggiore: il primo macinava da 35 a 50 mila «sacca» di grano all' anno, il secondo da 25 a 30 mila; nel complesso tutti i mulini da grano dello Zambra di Calci «macinavano giorno per giorno da circa 3125 ettolitri di grano (circa 2500 sacca in media)». I notevoli capitali stanziati negli anni del «boom» furono utilizzati per dotare i mulini di un numero eccessivo di macine, nonostante per sei mesi l' anno la forza motrice fosse appena sufficiente a tenere in attività una macina soltanto per ciascun mulino, ed i pochi interventi miranti ad una moderna ristrutturazione degli impianti presentavano aspetti contraddittori: nel 1864 esistevano tre mulini che, bensì fossero muniti di moderni impianti a vapore, si trovava più conveniente far funzionare sussidiaramente alla forza idraulica. Nonostante l' avvento del vapore «l'antica tecnica di macinazione restò inalterata» ed innovazioni furono introdotte soltanto nella riorganizzazione e nel potenziamento degli impianti già esistenti, aumentando il numero delle macine e, nel migliore dei casi, provvedendo il mulino delle macchine per la lavatura e la svecciatura del grano, e per la burattazione della farina: la Ditta Vinnoco Tellini, una delle più famose industrie molitorie calcesane, fu impiantata nel 1850 sul modello del sistema anglo-americano, consistente in alcuni perfezionamenti apportati al castello delle macine e nella meccanizzazione di alcune fasi della lavorazione, come la lavatura del grano e la burattazione della farina. Sconosciute erano le macchine a cilindri, qui impiantate solo nel XX secolo con l' arrivo dell'energia elettrica. Ulteriore testimonianza dell'arretratezza dell' industria molitoria calcesana è il prevalere della bassa macinazione o macinazione economica che, permettendo di ricavare fin dal primo passaggio la maggiore percentuale di farina, non forniva un prodotto di grande qualità. L' intenso scambio col mercato regionale che, come ho già accennato, favorì il consolidarsi delle piccole imprese molitorie di IV Categoria, è attestato anche da una relazione del Comune di Calci: «In un Comune la cui popolazione ascende a soli 5600 o 5700 abitanti, che trovasi fornito di un numero tanto grande di mulini, si comprende facilmente come il lavoro di consumo locale debba farsi esclusivamente nel di Lui territorio... Assolutamente disadatto per la sua posizione geografica, a divenire centro naturale di macinazioni avventizie, il paese di Calci seppe tirar buon partito dalla sua vicinanza con la città di Pisa, e profittarsi del canale navigabile che la mette in facile ed economica comunicazione con Livorno, per estendere grandemente in quest' ultima città l' industria del macinare ed il commercio della farina».
Analogamente alle piccole imprese di cui sopra che macinavano per conto terzi, arretratezza degli impianti produttivi e dei criteri di gestione si riscontra in altre attività produttive nate nella prima metà dell' Ottocento sotto la spinta della favorevole situazione economica e in conseguenza della crescita del settore molitorio; è il caso dei tre laboratori meccanici che producevano l' occorrente per il montaggio di mulini e frantoi locali in continuo aumento - ruote idrauliche, viti, strettoi, presse - e della sega idraulica situata in località Siberia, che confezionava semplici impiallacciature di mogogon e noce, e conviveva, negli stessi locali, con un piccolo mulino a due palmenti. L' esportazione all' estero dei prodotti dell' industria della trattura della seta, della lavorazione del cuoio, di alcuni frantoi e dei pochi mulini più grandi deve essere considerata quindi fatto occasionale, «oasi» di modernità in un mondo ancora sostanzialmente artigianale, non già aspetti della lenta affermazione di un' attività a carattere industriale. Se l' arretratezza dell' industria idraulica calcesana restò celata, almeno fino al 1871, sotto il mantello della favorevole congiuntura, col sopraggiungere delle prime crisi furono messi a nudo i forti elementi di contraddizione presenti e il ritardo dell' industria molitoria calcesana rispetto a quella di altre zone d' Italia in cui erano stati impiantati moderni mulini a cilindri ed a vapore, i soli che potessero far fronte alle esigenze del mercato nazionale ormai in piena espansione.
Le ragioni del lento ma costante declino che investì Calci, dopo che ebbe raggiunto intorno al 1870 il vertice della sua ascesa economica, vanno ricercate oltre che nel progressivo affermarsi del mercato nazionale che, come già accennato, portò alla perdita della quota di produzione cerealicola destinata all'autoconsumo e di enorme importanza per i mulini artigianali che macinavano per conto terzi, nell' istituzione della Tassa sul macinato - 1 Gennaio 1869 -. L' idea di cercare nel settore molitorio un'occasione ad imposta non era nuova in Italia e la sua riproposizione era ora dettata sia dalla primaria esigenza di far fronte al disavanzo pubblico sia dal desiderio di innestare nel ramo molitorio un processo evolutivo, riducendo il numero dei mulini meno avanzati e nel contempo incoraggiando la diffusione di quelli a vapore. La tassa sul macinato trovò impreparato e mise in crisi il settore portante dell'economia calcesane, quello molitorio, costringendo i mulini idraulici di piccole dimensioni a chiudere i battenti, mentre le medie imprese di macinazione ridussero di molto la loro attività: il 15 Luglio 1870 entrarono in esercizio solamente 82 mulini e nella stagione invernale questo numero si ridusse a 62-67; nel Luglio del 1871 i mulini chiusi erano 10 e l' industria calcesana della macinazione dei cereali fu costretta a subire la concorrenza dei mulini dei paesi limitrofi come delle province più lontane, con la conseguente forte diminuzione del lavoro. Una grande quantità di grano veniva ora portata a macinare a Pisa, al Gallone in provincia di Firenze ed a Lucca, ed anche il mercato di Livorno e provincia fu progressivamente perduto, data la presenza in questa città di due mulini a vapore di I Categoria e dell' unico nucleo d' impianti a cilindri di tutta la regione, che facevano dell' industria molitoria livornese la più evoluta in Toscana. A ciò si aggiunse l' introduzione, avvenuta il 15 Luglio 1870, del Contatore - congengo che, applicato alle macine per contare i giri sui quali veniva riscossa la tassa sul macinato, suscitò la vivace protesta dei mugnai calcesani poiché andava a tutto vantaggio degli impianti dediti alle sole macinazioni presenti nel Pisano e sul Canale demaniale di Ripafratta, danneggiando le industrie della farina che dovevano sottoporre il grano a più macinazioni per ottenere un prodotto di qualità - e la decisione del Governo che fossero impiegate talune macine esclusivamente alla macinazione del granturco. Dice una relazione del Comune di Calci: «(i mugnai), i quali o costretti dal desiderio e dal dovere di contentare i propri clienti, o per essere dedicati alle speculazioni commerciali, hanno sempre avuto il sistema di ricevere ed eseguire, in determinate stagioni dell'anno, commissioni per macinazioni di granturco, più o meno importanti, le quali costituivano un lavoro straordinario e temporaneo, di non leggero guadagno per gli esercenti mulini, che trovavan mezzo di eseguirlo interpolatamente, senza pregiudizio ne soppressione dell' ordinario lavoro del grano. (Ora non possono ottenere la riduzione del 50 per cento sulle macinazioni del granturco), se non destinando, per un tempo determinato, non mai minore di un mese, i palmenti nei quali dovesse eseguirsi tale macinazione e rendendo così inutilmente inoperosa per quasi un mese, una parte del mulino, che per soli sei o sette giorni, poteva utilmente adoperarsi nella macinazione del granturco. Ne ciò è bastato, dappoiché l' Art. 1 del R. Decreto è venuta ad ordinare la riduzione del più volte ricordato 50 per cento, possa ottenersi soltanto da quei palmenti che siano collocati in locali distinti, non aventi comunicazione interna di sorta alcuna, coi locali, dove siano collocati palmenti, destinati alla macinazione del grano. La disposizione sopra citata, equivale per la maggior parte dei nostri mulini, ad una proibizione assoluta di macinare il gran-turco... ».
Si può facilmente comprendere che la Tassa sul macinato trovò nei mugnai calcesani gli avversari più accesi; ecco, quale denuncia della grave crisi causata dalla tassa nel settore molitorio locale, le considerazioni del mugnaio G. Tellini al Comitato dell' Inchiesta Industriale: «Calci, villaggio eminentemente industriale e una volta tanto fiorente e ricco, oggi è ridotto alla più squallida miseria ed a di fronte un avvenire più spaventevole... molti di questi mugnai costretti dalla forza delle cose hanno sospeso l' esercizio; alcuni altri hanno dovuto chiudere definitivamente i loro opifici; altri ancora, e questi sono i più, sono totalmente rovinati. Ed infatti che l' industria molitoria sia pressoché distrutta nel paese ve lo dicono centinaia e centinaia di operai che sono sul lastrico e stendono la mano».
La grave situazione degli anni '70 si fece ancora più profonda nel decennio 1881-91, culminante nella vertiginosa salita dei prezzi all'ingrosso del grano e nel restringersi in Italia della coltura granaria a favore di altre ritenute più remunerative. L' andamento della popolazione registrò un' inversione di tendenza: dai 5515 presenti al censimento del 1871 si calò ai 5377 dell' anno 1881 e nel contempo si verificò un cospicuo fenomeno migratorio verso la città di Pisa; nel 1901 aumentò la popolazione della prima frazione - Calci, Castelmaggiore, Pieve -, che passò da 3906 abitanti a 4785 (mentre il numero delle case calò da 1107 a 994), ma la popolazione della seconda frazione - Montemagno e Nicosia - diminuì da 1155 a 1009, segno che, pur diminuendo l'emigrazione i calcesani preferirono spostarsi nella parte del paese che, più vicina al piano di Pisa, offriva maggiori possibilità di lavoro.img343
Il Comune di Calci indicò nella mancanza di un nodo ferroviario la causa principale del suo declino economico, ma se l' assenza di rapide e più economiche comunicazioni non aveva certo favorito la già critica situazione, neppure la realizzazione a Navacchio del tanto desiderato collegamento ferroviario tra il paese di Calci e la linea Firenze-Pisa, terminata nel 1887, fece intravedere segni di ripresa nella paralisi dell' industria molitoria. Solo la trattura della seta, con 108 operai nel 1883, le due fabbriche per la tessitura del cotone, con 41 operai, i 26 frantoi, con 89 operai, e l’ industria della macinazione dello zolfo continuarono a svolgere le loro attività mantenendosi a livelli medi della loro capacità produttiva. L' industria olearia, grazie alle buone raccolte di olive di questi anni di fine secolo, risultò abbastanza redditizia da portare in vari casi alla riconversione di impianti molitori in nuovi opifici per la frangitura delle olive, attività che comunque non raggiunse mai un carattere decisamente industriale, restando strettamente legata alle fortune dei raccolti delle olive locali.
La crisi dell' economia calcesana, iniziata con l' introduzione della Tassa sul macinato ed approfondita dalla crisi agricola italiana della fine del XIX secolo, produsse lacerazioni profonde nell' industria molitoria locale che, ancora prevalentemente artigianale, non riuscì ad inserirsi nel processo di ammodernamento affermatesi, invece, in altre parti d' Italia. Alla fine dell' Ottocento, l' industria calcesana aveva perso oltre la metà della sua capacità produttiva, ed aveva imboccato una irreversibile parabola discendente, che determinò il crollo di alcune tra le più importanti famiglie calcesane: Buonafalce, Calanti, Bartalena.

La lenta decadenza del XX secolo

Con l’ arrivo del nuovo secolo la crisi economica fu superata parzialmente, favorita dai buoni raccolti di grano e di olive che caratterizzarono i primi dieci anni del XX secolo: tuttavia Calci non riuscì più a tornare agli antichi splendori e andò man mano assumendo l' aspetto di un borgo agricolo, mentre l' attività industriale divenne ormai secondaria e sempre più legata alle sorti della società agricola. Nel 1907 le industrie per la macinazione dello zolfo, la filanda per la produzione di seta grezza e le fabbriche di articoli in pelle erano in una situazione decisamente stazionaria; l' industria molitoria ebbe un timido sviluppo sanzionato dall’ ingrandimento di alcuni opifici e dall' importazione di una certa quantità di grano per la produzione di farina da vendere sul mercato locale, senza tuttavia raggiungere i vertici toccati nella seconda metà dell'Ottocento; l'industria della fabbricazione delle paste alimentari - nata a Calci negli ultimi decenni del XIX secolo ad opera della famiglia Tellini, che aveva impiantato una fabbrica in località Ricella - si era dimostrata, alla fine dell' Ottocento, un' attività redditizia con i suoi sei pastifici nel 1893, ma già nei primi decenni del Novecento aveva perso la sua importanza e nel 1911 troviamo attivi soltanto i due pastifici di O. Bartalena e di G. Tellini. Essendo la timida ripresa generale frutto di fattori contingenti legati al buon andamento di tutta l' economia regionale, già il 1910 si rivelò un anno decisamente critico a causa dei cattivi raccolti del grano e delle olive - la spremitura di queste ultime raggiunse la misera cifra di 60 ettolitri -. I settori che ancora conservavano una certa importanza erano quello della macinazione dello zolfo, grazie all' attività svolta dal mulino della famiglia Biscioni posto in località Ponte Grande, la macinazione della sansa, la filanda della famiglia Ruschi - trasformata ai primi del Novecento secondo più moderne tecniche industriali - e i prodotti della lavorazione del cuoio, molto richiesti sul mercato locale. Ancora attiva in questi anni critici si rivelò anche l'industria della frangitura delle olive con sette opifici presenti nel 1910, mentre quella molitoria aveva ormai perso la sua importanza: nel 1911 erano in attività sette mulini, di cui cinque azionati dalla sola forza idraulica e due dalla forza idraulica insieme al vapore.
Sempre attiva era la vecchia Ditta Vinnoco Tellini, che possedeva una ruota idraulica che sviluppava 20 H.P. ed una macchina a vapore da 12 H.P. Essa rappresenta un caso unico nel quadro dell'industria calcesana, avendo subito molte delle trasformazioni tecniche introdotte nel settore della macinazione dei cereali: nata come semplice mulino idraulico e riorganizzata poi sul modello anglo-americano, fu dotata di una turbina idraulica e successivamente di un impianto a vapore, finché nel Novecento fu trasformata in moderno mulino a cilindri e tale è rimasta fino alla Seconda guerra mondiale. Nuove imprese, azionate da ruote idrauliche, tentarono di affermarsi in questi anni, ma ebbero poca fortuna e chiusero la loro attività nel secondo dopoguerra: nel 1909 fu impiantata, nei locali in cui erano prima un vecchio frantoio e frullino, la cartiera Malanima-Martini e nello stesso anno sorsero una conceria e due pelletterie. Nel complesso i movimenti commerciali di questi anni furono pochi, pur trovando nominate nel «Catalogo degli Esportatori e dei Produttori della provincia di Pisa» alcune ditte calcesane.
«Nel 1914 giunse l'energia elettrica a Calci era il progresso tecnologico che si affacciava nella valle pervasa da un clima di incertezza»; nacque la società in accomandata semplice di G. Meucci e C. per la macinazione ed il commercio dei cereali, con un capitale di 50.000 lire, a cui fece seguito l’impianto del mulino a cilindri Celandroni. Nel 1916 fu costruito il mulino idraulico di O. Chelotti e, per quanto riguarda gli altri settori produttivi, furono impiantate la fabbrica di stoini di T. Sighieri e tre pelletterie. Nel complesso anche la situazione di questi anni si mantenne su valori stazionari e una discreta ripresa economica interessò soltanto le tre nuove pelletterie e soprattutto le industrie della pasta alimentare con l’impianto nel 1914 di cinque nuovi pastifici, che avevano una produzione complessiva di 5.000 q.li.
Nel 1918 la situazione era la seguente: sei mulini di cui tre costituivano moderni stabilimenti, una cartiera, due pelletterie, una fabbrica di legnami da costruzione, sette frantoi, cinque pastifici, tre concerie, una filanda per la seta, due industrie per la macinazione dello zolfo, una fabbrica di biscotti, una fabbrica di stoini e due officine meccaniche. Nel 1923 fu raggiunto il vertice della parabola discendente che caratterizzò i primi anni del Novecento; entrarono in esercizio solamente due concerie, una filanda per la lavorazione della seta, una cartiera, una pelletteria, un moderno biscottificio e i tre mulini più grandi ed efficiati. Nel complesso l' attività molitoria aveva perso definitivamente di importanza e la sua produzione soddisfaceva solo le richieste del piccolo mercato locale; la debole ripresa che si registrò durante l' epoca fascista in seguito alla politica autarchica ed alla conseguente Battaglia del grano, fu l' ultimo sprazzo di vitalità di una attività ormai in decadenza. I mulini calcesani, nell' Ottocento specializzati nella produzione della farina e secondariamente nella macinazione del granturco, lavoravano ora prodotti meno remunerativi: castagne secche, sansa, terra refrattaria; «Necessità fa virtù», dice un vecchio proverbio.
In relazione a questa situazione di declassamento il movimento commerciale dei prodotti agricoli ed industriali locali fu poco vivace e rimase ristretto a scarse esportazioni di olio e vino all' interno del Regno. L' andamento della popolazione, che nel 1901 era salita a 5977 presenti in confronto ai 5377 al censimento del 1881, si mantenne su livelli medio-bassi con 5592 individui registrati al censimento del 1911.
L' emigrazione della forza lavoro, già comparsa sulla scena calcesana negli ultimi decenni del XIX secolo, cominciò a farsi massiccia attratta dalle possibilità occupazionali create dall’ espansione industriale della città di Pisa e della valle dell' Arno (Piaggio, Saint Gobain, Ginori) che garantivano redditi più sicuri; andò mutando anche la dislocazione dell' insediamento urbano, un tempo incentrato lungo il corso della Zambra in prossimità degli opifici idraulici ed ora raccolto principalmente della zona della Pieve, vicino al piano di Pisa.
Fatto caratterizzante questo periodo fu il progressivo abbandono della ruota idraulica quale macchina per la produzione di forza motrice; «Il motore elettrico debellava inesorabilmente la ruota idraulica e la forza idrica veniva soppiantata da quella elettrica», senza che i calcesani sapessero star dietro al mutare dei tempi e all' avanzare del progresso tecnologico che imponeva il veloce aggiornamento degli impianti produttivi.
Già dagli inizi del Novecento l' impiego della ruota idraulica era stato del tutto marginale nel quadro dell' economia calcesana, e nel secondo dopoguerra avvenne la sua definitiva scomparsa determinando la chiusura dell' antichissimo ciclo economico fondato sullo sfruttamento dell' energia idraulica.

tratto da: Riccardo MANETTI, Acqua passata non macina più: i mulini idraulici calcesani, pp 45-54, Pacini Editore, Pisa 1985